E il boss di Bitonto assolto chiede 500mila euro allo Stato

La Redazione

Era stato anche accusato da tre collaboratori di giustizia. Ora, dopo l’ultima assoluzione, vuole un risarcimento per 7 anni di detenzione

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Il boss di Bitonto, uscito pulito da quattro gradi di giudizio in sette anni, ora chiede il conto allo Stato.

È la storia di Giuseppe Valentini, pluripregiudicato di 38 anni, a capo dell’omonimo clan di Bitonto, che la Corte d’appello di Bari nel 2009 aveva assolto da tutti i reati.

Oggi, tramite il suo legale, chiede 500 mila euro quale risarcimento per ingiusta detenzione. La vicenda giudiziaria di Giuseppe Valentini iniziò il 10 maggio 2004 quando venne arrestato con le accuse di associazione mafiosa e traffico di droga. In tempi abbastanza rapidi si arrivò a processo e, in primo grado, il 25 febbraio 2005, fu condannato con la formula del rito abbreviato a 14 anni di carcere.

Impugnata la sentenza in appello, in secondo grado il 13 ottobre 2006, gli fu riconosciuto solo il reato associativo e riformata la condanna a 2 anni e 4 mesi, mentre venne assolto dall’accusa di essere un narcotrafficante.
Una pena che ha già scontato, visto che è rimasto in carcere dal maggio 2004 all’agosto 2005 e poi detenuto agli arresti domiciliari fino all’ottobre 2006.

A Valentini però non bastò quella parziale assoluzione e fece comunque ricorso in Cassazione per uscire a testa alta anche dall’accusa di essere un mafioso. Ed ebbe ragione: la Cassazione, nel 2007, accolse con rinvio il suo ricorso e Valentini fu assolto da tutti i reati nell’ottobre 2009 dalla Corte d’Appello di Bari.

Ora è lui, assistito dall’avvocato Massimo Chiusolo, a presentare il conto allo Stato, chiedendo i danni per ingiusta detenzione alla stessa Corte di Appello di Bari che lo aveva giudicato prima colpevole e poi innocente.

Eppure il boss Valentini era stato accusato da ben tre collaboratori di giustizia: l’ex braccio destro del boss del quartiere Japigia di Bari, Savino Parisi, Piero Losurdo, e dai due fratelli bitontini Damiano e Pasquale Semiraro, che lo descrivevano come un "mammasantissima". Il suo ruolo nella faida di Bitonto tra il suo clan e quello dei Conte – Semeraro, che insanguinò le strade e fece numerosi casi di lupara bianca, era considerato di primo piano.

Nel dicembre 2006, la chiusura di un’altra indagine e un altro maxiblitz nel quale gli fu notificata una nuova ordinanza di custodia cautelare, nella quale oltre a quello di Valentini c’erano altri 102 nomi, tra i quali otto donne. In tutto 108 capi d’imputazione: il più grave era l’associazione per delinquere di stampo mafioso, aggravata dall’impiego di minori per la commissione di reati e dalla disponibilità di armi. Durante le indagini, durata due anni, emerse l’utilizzo di bambini e adolescenti, addestrati e scafati come adulti e spesso anche armati, per la consegna della droga e per la copertura dei posti di vedetta.

E poi c’erano le estorsioni, i traffici di droga, furti e ricettazione di macchinari edili, attività economiche create per mascherare la provenienza dei soldi sporchi. Non poteva mancare il pagamento di stipendi e sussidi agli affiliati in libertà e alle famiglie dei detenuti.
Cinquemila euro alla settimana per i capi, mille euro per gli organizzatori delle piazze dello spaccio, 300 per i parenti dei carcerati, 250 per i pusher.

FONTE: Mara Chiarelli, La Repubblica

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Commenti

  • BASTA2013 (utente non verificato)

    viva l’italia. viva la giustizia.italiana… che schifoo…..