La vera sconfitta della nostra città
Quando anche un suicidio non fa più rumore
Lo so, sto sbagliando.
Sto per infrangere un tabu del nostro mestiere.
E’, infatti, regola inderogabile della nostra deontologia – sempre chiamata in causa, poco conosciuta dagli addetti ai lavori, innanzitutto -: tacere di coloro che decidono di togliersi la vita.
Lo si fa per rispetto di quegli sventurati che, forse, andavano rispettati molto tempo prima.
La norma, per vero dire, l’ho (l’abbiamo) sempre ossequiata con deferente disciplina.
Ma credo che la misura sia colma e qualche parola vada detta.
Perchè non è giusto che non faccia più rumore neppure il suicidio di un nostro fratello.
E stiamo parlando del delitto più atroce e misterioso che ci sia: si sa la mano che l’ha compiuto, non si sapranno mai le ragioni che l’hanno spinta a farlo.
Viviamo tempi crudeli e cinici, purtroppo.
Ognuno vive chiuso nel proprio individualismo egoista.
Siamo come mille cerini in attesa stanca d’un soffio di vento che li spenga.
O, peggio, quando quel refolo d’aria manco arriva, lasciamo che la medesima fiammella ci consumi.
Tanto, prima o poi, lo farà. Inesorabilmente.
Non siamo più in grado di metterci insieme e fare quel falò d’amore che slanci la fiamma verso l’alto.
Niente, niente da fare.
Nessun calore corale (che sarebbe persino anagramma del tepore predetto).
Osserviamoci un po’, per cercar di capire. Senza presunzione.
Un uomo, un nostro fratello.
Qualche giorno fa, avrà visto d’improvviso il suo cielo annerirsi.
Paurosamernte.
Ogni piccola luce sparire senza rimedio.
Avrà attraversato le strade della nostra città come uno che ha già scelto che via percorrere. Lontano, troppo lontano di qui.
Ed ogni voce, ogni parola, perfino ogni sussurro per lui era falsità e ipocrisia.
Il vuoto.
L’abisso.
Chi sente d’amare inutilmente è condannato alla solitudine.
Non certo quella aritmetica dell’isolamento, che pure fa male.
Ma quella del cuore, una gabbia di disperazione circondata da strazio infinito.
Il tragico gesto come necessaria soluzione al suo transito quaggiù.
E, allora, inviando una carezza ideale ai suoi cari che qui restano e dentro l’anima ora hanno un baratro di niente, cerchiamo di capire.
Le nostre vite sono tutte intrecciate fra loro come un abbraccio d’amore.
Per questo non ha senso che tu, microdcelinquente, strappi via la borsa a quell’anziana signora che neppure si può difendere.
E non ha senso che tu politico continui a perpetrare i tuoi loschi affari con i danari di tutti.
Sì, si fa presto a dire crisi.
Parola magica ad uso e consumo dei mass media.
Spread, default et similia, macchè.
Il vero dramma è la solitudine. L’abbandono.
E tu uomo che telefoni per raccomandare qualcuno al posto di chi magari da sempre ha sognato quel lavoro.
E tu spacciatore che all’angolo vendi a un tot al pezzo la follia illudente della perrdizione?
No, non è più possibile andare avanti così.
Fermiamoci un attimo.
Perchè anche il volo verso l’assurda libertà dagli affanni non sia solo quell’ultimo disperato, doloroso distacco, ma che la condivisione delle ansie e delle paure possa essere una social catena già adesso, qui ed ora.
Troppo facile, parlarne poi…
Non è possibile che in questa trincea perenne chiamata vita un compagno cada, magari senza essere stato apparentemente colpito dal fuoco nemico, e nessuno se ne accorga.
E allora, interroghiamo le nostre coscienze, sia pure solo per lo spazio effimero d’un artciolo.
Abbiamo fatto tutto per salvare chi avevamo accanto?
L’abbiamo avvolto d’una nuvola d’amore?
E noi, sì noi noi, senza coinvolgere altri colleghi, noi che ci ergiamo a barbosi maestri di chissà che, siamo ancora in grado d’essere sentinelle dell’agire poliitico di chi detiene il potere?
O lo siamo in maniera retriva, cioè accondiscendendo le loro voglie sperticate di dominio?
E loro, i potenti, lo sanno che nel centro storico ci sono tuguri fatiscenti che ospitano vecchiette che aspettano solo di spegnersi nell’indifferenza di tutti?
E lo sanno che un’azienda che leva le tende e va via dalla nostra città non è solo una preziosa fonte di ricchezza economica perduta per sempre, ma una possibilità di lavoro che svanisce e tanti si ritrovano costretti a reinventarsi una vita in età più che adulta?
E che le periferie sono immensi dormitori dove spesso allignano malavita e devastazione?
E che finanche una squadra di calcio può sottrarre dalle grinfie della delinquenza un giovane virgulto, che non sa resistere all’ingannevole tentazione del guadagno facile?
E tutte queste cooperative virtuali che tengono sospese sul filo del vuoto tante famiglie che sperano in un domani più sicuro con un focolare certo e, intanto, sentono solo favoleggiare di nuovi quartieri nascituri ma non si sa bene quando.
Imprese edili attendono di partire con ponteggi e cantieri. Nel frattempo, gli spazi lavorativi si restringono sempre più e pure chi aveva faticato per anni con dignità e abilità, si ritrova improvvisamente a non essere più voluto da nessuno.
Da impazzire.
Pensiamoci tutti, quando facciamo i furbi e sfruttiamo gli altri, suggendone la loro virtù finchè ci serve e poi li buttiamo via, stiamo facendo il nostro dovere di componenti di una comunità, consapevoli del ruolo che ricopriamo?
Sì, per quello che serve, fermiamoci un attimo e chiediamocelo…
Commenti
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Quante corazze, poste a protezione dell’indifferenza e dell’egoismo di noi tutti, saranno riuscite a perforare queste belle parole? Forse poche, ma sempre meglio di niente.







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