Il nuovo (o vecchio?) ruolo dei cattolici nella politica attuale
Alcune riflessioni a margine dell’incontro col senatore Ceccanti
Nelle battute finali del governo Berlusconi son tornati alla ribalta i cattolici.
Esponenti di partito, istituzioni, personalità di spicco dell’intellighenzia di Stato tout court che guardano al cattolicesimo, e non si sa se per mero tornaconto o per vocazione, e ancor meno si può intuire se a torto o a ragione, nei giorni della modificazione, dell’ingentilimento dei modi della politica italiana, si stanno interrogando sul proprio destino.
Anche la nostra piccola “agorà” comunale ha ospitato il dibattito, attraverso il recente colloquio con il senatore Stefano Ceccanti, autore del saggio tematico “Al cattolico perplesso”.
All’appello del dubbio rispondono i laici, soggetti border line, attirati sia dalla forza gravitazionale della fede, sia dall’esatto contrario: l’ autonomia.
Non si sa se, alla riflessione sul destino dei cattolici in Italia, cedano o meno coloro che, della laicità, apprezzano l’origine volgare, con quel fiero distacco anticattolico, sbrigliato da qualsiasi collegamento con la rivelazione. Quelle personalità che, nella generalizzata classificazione del lessico politico, potremmo definire liberali.
Il berlusconismo ha favorito, specie nelle ultime, grottesche rappresentazioni di sé stesso, un dispendio di parole da parte del coro cattolico, fini a delegittimare ulteriormente l’insalubrità politica.
Non solo, ma ha anche acceso la miccia della rivendicazione ideologica. I cattolici, infatti, traditi dalle istituzioni, dal malcostume prolungato dell’”epilogo delle libertà” e dalla sfacciataggine dell’(ex) governo, hanno subito mostrato la loro indignazione, imbastendo nuove dichiarazioni di intenti.
Promuovendo una restaurazione della loro partecipazione.
A causa dell’immaturità dei tempi –pagine importanti di storia nazionale si stanno scrivendo nelle ore che si susseguono freneticamente- è molto difficile mettere a fuoco la verità (quella dei fatti e del giudizio storico naturalmente, non già quella della sua sorellastra, la fede) circa l’opportunità del neoimpegno dei cattolici in politica.
Tuttavia, una riflessione sgorga, trascinandosi dietro la forza della palese evidenza: questi ultimi, i cattolici, in Italia ci son sempre stati.
Con la forza delle loro idee, del loro “politicamente corretto”, della conservata ideologia.
E, per di più, hanno mantenuto ben saldo nelle loro mani lo scettro di un potere che ben poco ha di spirituale, riconosciuto da qualsiasi legislatore.
Ogni dì, nel territorio italiano, vengono disseminate prove del sodalizio tra Stato e Chiesa.
Il più delle volte, tali conferme si guardano bene dall’essere evidenti in quanto l’evidenza potrebbe causare spiacevoli contestazioni sociali.
Le nuove analisi dovrebbero, pertanto, come anche emerso nel dibattito con il senatore Ceccanti, riguardare le modalità di attuazione di un piano di intervento cattolico e non l’esistenza della possibilità di compierlo.
Capire, cioè, dove e come il ventaglio della liberalità, anche cultuale, debba aprirsi e dove, invece, si debba mantenere ben chiuso nel pieno rispetto del dogma.
Non v’è margine di nascita di ostilità nei confronti del cattolicesimo, essendo questo una delle infinite anime del nostro stesso Stato.
E ciò si evince, altresì, dagl’innumerevoli episodi sociali, civili, culturali e legislativi di stampo cattolico dell’unico grande ente che, a differenza delle sue sottovenature, non ha mai tradito la chiesa di Roma: l’Italia.
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