“Il paese delle spose infelici”, la poesia è nella vita

Marino Pagano

Amori giovani. Paure giovani. Vite di giovani in un Sud di dolore e abbandono

0 commenta

“Tu però non morire”, “Perché?‎”, “Perché sei bella”.
Il film di Pippo Mezzapesa è tutto qua.

Amori giovani. Paure giovani. Vite di giovani in un Sud di dolore, abbandono.
E poi la bellezza. Questa onnipresente, nel film di Pippo.
La bellezza di giorni vivi e difficili, una bellezza che, persino attraverso ogni impudicizia e violenza, riesce a conservare l’innocenza.
La bellezza e la poesia, in film di iniziazioni mistiche e mitiche.

Eppur non parliamo propriamente di immacolati serafini, ma di riottosi ometti, piccoli e tracotanti, buoni e bimbi dentro ma in trincea di fronte alla vita.

Sì, ti prende questo film. Principalmente perché, in realtà, nessun lirismo moralista lo segna e non esci dal cinema pensando a come dovresti essere.
Ma a come sei. Ti offre però un angolo di lettura tutto speciale.

Solo dopo una visione epidermica potrebbe dirsi che “Il paese delle spose infelici” ritragga poeticamente la vita.

A parer nostro, infatti, s’impegna nel ritrarre la vita poeticamente. Nel suo naturale svolgersi poetico. Con grande maestria, estro, creatività.

Al di là di ogni gioco di parole, quello che intendiamo dire è che Mezzapesa, partendo dal romanzo di Desiati, ha voluto istoriare un vissuto poetico già inciso nelle biografie, già tracciato nel quotidiano di chi annaspa e spera.

La poesia è fatica, è corsa. Rifugge dal consolante.
Solo dopo il sudore verrà il gol. Ma la poesia è più nel sudore che nel gol.
E questo il regista lo coglie appieno.

La trovata, allora, non è tanto l’unione dei contrasti: cielo e terra, vita e morte, sole e fango, amore elevato a felliniana –come altri hanno notato- masturbazione di gruppo.

La poesia sembra piuttosto esistere nel mentre si vive, tanto più nelle vogliose prurigini.
La poesia non come comoda e soffice alterità rispetto alle presunte abiezioni, ma come connaturata a quelle, senza rassicuranti conflitti assiologici.
Vite inquinate, insomma. Nel bene e nel male.

Il bello contamina in positivo le asperità, così come l’apparente laido sembrerebbe macchiare l’emotività spirituale degli affetti, in realtà rendendoli solamente più umani.

Quella del film appare, così, una poesia realista, fotografica –a proposito, ottimo il lavoro di Michele D’Attanasio -.
Non surreale: perfetta realtà e perfetta poesia, senza superare il dato fisico.

Questo film, tanto per citare uno che univa realismo e magia, ci ha fatto pensare, sì, a Dino Buzzati, ma non a quello dell’amabile romanzo “Il segreto del bosco vecchio”, non a quello fantastico (pure intriso dello stile non retorico e vacuamente fiabesco tipico del bellunese), piuttosto al Buzzati propriamente giornalista, a quello che quando seguì la triste faccenda delle acque di Albenga (1947), tragedia in cui diversi bambini persero la vita, disse che non aveva trovato corpi di fanciulli ma solo mamme addolorate e tanti angeli, tutti uguali, tutti fratellini, volati in cielo.

Se quello fu un articolo che, ispirato, nulla toglieva alla cronaca, questo è un film che, suggestivo e dolce, nulla toglie al reale.
Lo scrittore e il regista come brillanti e, certo, sensibili sismografi d’anime.

La bellezza, dunque, non è informe nitore, sembra dirci Pippo Mezzapesa.
Così come l’oscuro non sarà mai tenebroso e basta.

Persino alla donna immaginifica e alata si proporrà un inevitabile discorso carnale, eppure va a sostituire l’icona mariana negli spogliatoi, in un momento di involontario stilnovismo da parte dei ragazzi. Inconsapevole e naturale.

La donna è mia, oniricamente mia, sessualmente mia, dunque ma-donna.
Il prurito adolescenziale inquinerà l’aspettazione ascetica verso la fanciulla? Forse sì, forse no. Ad ogni modo: stilnovismo inquinato in una realtà inquinata.

Come la vita. Quella di cui si parlava, che ritroviamo all’uscita della sala, mai persa durante la visione.
Vita dannata.
Inquinata come i cieli sopra il mare di Taranto.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!