Il dramma sconosciuto degli IMI. L’incredibile storia del capitano Mario Fano

Mario Sicolo

L’ha raccontata la nipote Laura, riscoprendo i preziosi diari del nonno, nel libro “Chi oltrepassa viene ucciso”

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C’è un filo rosso di sangue e passione che parte da Wesuve, Germania, quasi settant’anni fa.
Corre sopra altri fili, ritorti e spinati, grigi e torvi.
Per un arcano incatesimo, si muta in linee leggere e persino graziose di parole ordinate, scritte sopra pagine ormai ingiallite.

Infine, diventa un cursore che vola sopra uno schermo di computer per farsi racconto vero.
E rendere giustizia ad una "storia dimenticata di una prigionia negata".

Doveva esserci il signor Destino, nascosto chissà dove nella casa della feria estiva dell’avvocatessa Laura Fano, quel pomeriggio di qualche anno fa, mentre carezzava e sfogliava piano i diari di nonno Mario.
Sì, lei sapeva che il padre di suo papà aveva fatto la guerra, era stato capitano, pure valoroso immaginiamo, ma nulla più. 

Poi, appunto, quella scoperta.
Su quei fogli datati, il segreto svelato.
Il Capitano Mario Fano, in realtà, era stato l’IMI (acronimo crudele che stava per Internato Militare Italiano) 364, come recita gelida la piastrina un poco arrugginita. 

Già, le camicie brune polverizzavano l’identità in numeri, dimenticando che nessuno può cancellare un cuore.
Dopo l’8 settembre e l’armistizio firmato Badoglio, gli uomini dell’esercito italiano caddero n una voragine di smarrimento.
Ognuno cercava di mettere in salvo la propria ghirba, abbandonando chi ancora credeva in ideali alti e, all’apparenza, incrollabili. 

I nazisti punivano alla cieca tutti coloro che non erano più al loro fianco.
Fu questa la sorte tragica dei militi italiani che più non erano di nessuno.
Ma che ancora si battevano per la patria.
L’accordo con la Rsi di Mussolini, quando andava bene, li condannava ai lavori forzati in terra teutonica.
Cioè agli stenti e alla disperazione.
Sulla recinzione del lager campeggiava la scritta inequivocabile e minace: "Chi oltrepassa viene ucciso". 

Il Capitano Mario, mentre le ore franavano lentissime e tremende dentro la sua anima, scriveva tutto il suo amore per la moglie e i figli. 
E pregava, fortificato dalla luce della Fede: "Qui la vita è triste, vuota e piena di miserie, ma lo spirito è vicino a te, Minucciacara, anche se vastissima è la lontananza che ci separa. Cammino dietro le orme del Signore per non cadere nelle tenebre".
Accanto a lui, uomini – tra loro, pure il grande Giovannino Guareschi – che cercavano una speranza nelle note appuntate sulla carta igienica oppure, immaginandosi lauti pranzi, loro che morivano di fame, nelle ricette descritte su improvvisati opuscoli gastronomici. 

Di questa spietata prigionia, non arrivavano echi in Italia.
Anzi, al danno s’aggiungeva addirittura la beffa di notizie di benessere.
Risultava che se la spassassero, in pratica. 
La guerra finì, ma non terminò subito lo strazio.
Le forze vincitrici anglo-russo-franco-americane esitarono a liberarli, perchè non si capiva se meritassero la qualifica di prigionieri di guerra o chissà cos’altro.
Al ritorno, smagriti e pesti com’erano, sventurati ulissidi, manco i famigliari li riconobbero a prima vista.

A rimettere ordine tra le cose dell’umanità, ci ha pensato Laura Fano, che, con stile catturante e filologica acribia, ha ricostruito questa microstoria – con dovizia di particolari, un opulento repertorio iconografico ed una fitta bibliografia – per incastonarla nella macrostoria di quegli anni così incerti e travagliati.

Ne è venuta fuori un’opera preziosa per i tipi delle Edizioni Raffaello, "Chi oltrepassa viene ucciso – Storia dimenticata di una prigionia negata", che è stata presentata nei giorni scorsi presso il Teatro Traetta.

Con un amaro sorriso, Antonio Stornaiolo ha moderato gli interventi dell’emozionata autrice, dell’attento e pensoso Giovanni Schiavoni, presidente dell’Ordine degli Avvocati, della preparatissima Sabrina Frontera dell’ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati) Roma, dell’assessore alla comunicazione Vincenzo Fiore, che ha richiamato tutta la città al recupero della dignità, tramite il ricordo di figure insigni come quella del capitano Fano, di Sergio Pasculli De Angelis, presidente dell’ANCR Bitonto (Associazione Nazionale Combattenti e Reduci), che ha posto l’accento sul valore della famiglia, e del parroco rettore della Basilica dei Santi Medici, don Ciccio Savino, che ha invitato tutti a riflettere sul connubio fra verità e libertà.   

La memoria di vicende tristi e per gran parte ignote, grazie all’avvocatessa Fano, è tornata a palpitare per due ore. 
E, soprattutto, a narrarsi dentro un libro, che può tracciare un solco irrinunciabile nella storiografia attuale, tutta presa, invece, da inutili beghe faziose e nulla più.

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