Operazione “Belfagor”, condannati tre bitontini

La Redazione

Il processo è stato celebrato con rito abbreviato

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Il 2 marzo scorso, l’operazione "Belfagor" consentì alla Guardia di Finanza di sgominare una presunta banda di sette usurai affiliata al clan Diomede-Mercante di Bari.
A distanza di pochi mesi, nella giornata di ieri, il gup del Tribunale di Bari, Alessandra Piliego, ha emesso le prime sentenze nel processo celebrato con rito abbreviato. 

Tre bitontini sono stati condannati. Si tratta del 63enne Leonardo Fortunato, che dovrà scontare cinque anni e sei mesi di carcere, di Angelo Fortunato, 45 anni, che dovrà rimanere in carcere per tre anni e, infine, Giuseppe Rubini, 48 anni, detto "il toro", condannato a cinque anni di reclusione.
Assolti invece con formula piena Giuseppe Mercante, detto ‘Pinuccio il drogatò, 57 anni, capo dell’omonimo clan del quartiere Libertà di Bari, il 36enne di Bitonto Mattia Fortunato, figlio di Leonardo, la 66enne barese Santa Portoghese, ritenuta la riciclatrice del denaro del gruppo, e il 48enne Vincenzo Salvemini, detto ‘Belfagor’.

Proprio dal soprannome di quest’ultimo presero spunto gli investigatori per denominare il blitz che il 2 marzo scorso portò in cella i sette imputati di oggi. Salvemini era il titolare della pescheria ritenuta la centrale dell’attività del gruppo criminale. L’inchiesta della Guardia di finanza di Bari, coordinata dal pm Francesca Romana Pirrelli, venne avviata nel marzo del 2008 su denuncia di un imprenditore di Bitonto, oggi sottoposto al regime di protezione previsto per i testimoni di giustizia ed esasperato da sette anni di pressioni psicologiche e dalle minacce di morte.

Nel 2001, a causa di gravi difficoltà economiche, l’imprenditore si rivolse a Rubini per ottenere un prestito: complessivamente ricevette 100 mila euro a un tasso annuo che oscillava dal 25% al 177%. Nel 2005, non riuscendo più a sostenere le pesanti rate, l’imprenditore decise di rivolgersi ad altri usurai, i Fortunato. In soli tre anni l’imprenditore, a fronte di un debito di 115 mila euro, è stato costretto a restituire 200 mila euro, con tassi annui che oscillavano dal 28% al 138%.

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Commenti

  • alias_sum (utente non verificato)

    Quando non è possibile l’accesso al credito bancario…chiudete l’attività, non rivolgetevi a certa gente, perchè di contro si sa benissimo quali siano i rischi connessi!!!Certo è, però, che è più facile per un operaio vivere con 1000 euro al mese, piuttosto che per un imprenditore cambiare il proprio tenore di vita!!!Il detto dice: “il sazio non crede all’affamato”!!!