La Festa dei Santi Medici, tra ricordi e riflessioni
Tra una settimana, il grande giorno
Ecco cosa c’è nei miei ricordi. Una deflagrante identità popolana.
Mischiati gli odori, e intensi.
Camminate fugaci, zigzagando tra la folla, piccolo da non essere visto, silenzioso da non essere considerato.
Corpi tremuli, mani sporche di un bianco cerato e piedi nudi doloranti.
Camminate a ritroso, così strane, inquietanti e belle al punto di doverle necessariamente guardare.
Nella mia mente memore, me stesso bambino, nella terza domenica di ottobre.
Un giorno di devozione sfrenata.
Giorno della gratitudine di chi ha sofferto e dice di aver smesso di farlo grazie ad un miracolo.
Ecco cos’è, invece, nel mio presente. L’acme della taumaturgia santificata.
Il sacro e il profano.
A vedere il grande show, sembra tutto troppo ostentato, esasperato, esagerato.
Al contrario, altri pensano che sia sempre tutto troppo poco, rispetto a quello che loro, Cosma e Damiano, i medici santi, han fatto.
La loro festa comincia sin dalla notte precedente, con il vagabondare lento e trascinato dei devoti che, peregrinando, vanno.
E, poi, l’alba, con la gente assiepata fuori le porte della basilica.
Piazza XXVI Maggio trasformata in mare.
Al posto delle onde, i corpi dei credenti, anch’essi armoniosi e lenti, come bassa marea.
Tra di loro, chi non ama interrogarsi a fondo, perché incapace o disinteressato, e chi non lo fa solo per paura delle risposte.
E chi, invece, l’ha fatto e la risposta l’ha trovata nella fede incondizionata.
Poi, più si alza il sole più s’alza la voce, si comincia ad intonare i canti, le litanie, le preghiere.
I salmi e i rosari.
Ogni parola di questi ritornelli cultuali ripetuta a memoria, come vogliono chiesa e tradizione, abitudine e passione.
In passato, anche spari tra la folla, e non di giubilo, ma di sangue.
Ma tutto è lecito, proprio come tutto, nel giorno dei Santi Medici, è sbagliato.
Molti rincasano a mezzodì, le famiglie si riuniscono attorno alle tavole colme, ricche di ogni bellezza e di ogni bontà.
Fuori, lungo le strade, la fiumana umana avanza, coi santi in spalla.
Sono gli irriducibili, i fedelissimi, che si spaccano le ossa per ringraziarli. E per ingraziarseli.
Sopra le loro teste, i festaioli d’occasione. Li vedi sui balconi, con le mani poggiate alla ringhiera scura e i bambini tenuti stretti per mano, ai quali s’impone la “preghierina”.
I segni della croce ad ogni passo, ridotti ora a gesto meccanico, ora a incondizionato atto di fede.
Come si può commentare tutto questo? Il giudizio sarebbe inopportuno e, soprattutto, inutile.
C’è solo spazio per quella bella propensione tutta umana al libero pensiero, che può portare alla credenza o alla diserzione della fede.
Fuse, vecchiaia e gioventù, unite nel credo. E, anche, onestà e cattiveria.
La speranza della fede che a tutti si concede. Che accoglie i probi e gli scorretti, i colpevoli e gl’innocenti.
Rende niente le nostre miserie, polverizza la piccolezza del pettegolezzo, che pure si libra nella processione e s’anima tra gli sguardi torvi delle beghine col velo nero.
Una fede ambivalente, che valorizza l’equità di chi crede disinteressatamente e, magari, prega ma non sfila, ringrazia ma non piange, pratica ma non mostra.
Poi, il cielo cambia, oscurandosi.
Brilla l’aria, di umidità e cera rarefatta, al sopraggiunger della sera.
Si passa con leggiadra grazia dalla profondità della preghiera all’aridità del commercio itinerante, con le lunghe vie dove, a squarciagola, si reclama la convenienza di beni di effimero consumo.
E la gente sceglie, contratta, compra. Poi, torna sui suoi passi, e di nuovo prega, ringrazia, persino piange.
E scorre lento il tempo, giunge la notte.
La devozione smantellata dalla stanchezza.
Chi torna a delinquere, chi è se stesso e non ha smesso mai di esserlo.
Chi continua a venerare e chi, invece, tutto scorda perché tutto scorre.
Negli estremismi c’è sempre qualcosa di sbagliato.
Non può esserci giustizia senza misura né fascino senza pacatezza.
Tuttavia, ci sono delle eccezioni. E’ l’umano che sposa il “disumano”.
L’incomprensibile che resta tale.
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