Neppure i morti possono stare in pace. Cimitero saccheggiato da numerosi furti
Oltraggiato il monumento funebre del capitano pilota Paolo Mancini
Chiunque sia stato, non poteva sapere. Non può sapere.
Sì, certo, quel pezzo sinuoso d’ottone che collegava il piccolo prato con quella lapide alle spalle del sacrario dedicato ai caduti della grande guerra, sulla destra, subito dopo il piazzale della seconda entrata del cimitero, sarà sembrato solo un pezzo di metallo da destinare al solito mercato.
Dove ti pagano un tot al chilo per fondere e dare nuova foggia a quei lacerti metallici.
No, era, è qualcosa di più.
E’ il cordone ombelicale che unisce la terra al cielo, il legame invisibile e fortissimo che tutti abbiamo e, spesso, dimentichiamo…
Perchè lì vi è sepolto il capitano pilota della Guardia di Finanza Paolo Mancini.
Cavaliere del vento dalla rettitudine adamantina, l’ultimo giorno di gennaio di ventiquattro anni fa, in un’aria addolorata e azzurrina, perse la vita tragicamente, compiendo il proprio dovere.
Bene, quel filo era un monito: traversava come un saldo soffio la nostra umanità per ricordarci che, se solo volessimo, potremmo pure noi divenire cielo.
In questi giorni, tra lucerne, portafiori e suppellettili varie, i soliti ignoti vanno depredando ogni angolo di quel recinto eterno.
"Hanno spoliato, infatti, anche altre lapidi. Ho giù avvisato chi di dovere. Non si capisce più niente in questa città. Non c’è più rispetto per niente per nessuno. Neppure i morti possono stare in pace", scuote il capo sconsolato il custode del camposanto.
Ma torniamo al monumento funebre del capitano Mancini, fratello del grande attore Mimmo.
Deturpato così, immaginate come si sarà schiusa di nuovo nel petto di chi lo amò quella ferita che di rimarginarsi proprio non ne vuol sapere, nonostante lo scorrere del tempo.
Non basta cullare con doloroso amore il ricordo di chi ti fu caro, se finanche la sua memoria viene offesa in maniera sì trista e ignominiosa.
Nella nostra città, purtroppo, capita anche questo.
Ora, nel cuore di quell’alta, bianca pietra resta un buco, quasi fosse il foro crudele d’un proiettile.
Il proiettile dell’oltraggio.
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