E Gino Ancona (ri)salvò le chianche di Piazza Cavour

Mario Sicolo

Il difensore civico in pectore è intervenuto ancora una volta in difesa del nostro patrimonio storico-artistico

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Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo (magari, tosandolo un po’).

Da quando camarille e manfrine della politica piccina di quaggiù hanno impedito che venisse eletto il difensore civico – figura che si riteneva superflua o pericolosa o solo utile in quanto occupante una poltrona – a far da concreta sentinella della legalità è rimasto solo lui, Gino Ancona.

Prima che qualche benpesante, certo integerrimo, s’adonti per l’affermazione che può apparire leggera e affrettata, spieghiamo che non abbiamo visto nessun altro arrampicarsi con sprezzo del pericolo su pali dell’illuminazione, che stavano per essere sradicati, o issarsi tempestivo su torvi escavatori, in nome della storia e dell’arte. Punto.

Prendiamo a mo’ d’esempio quel che è successo ieri, in piena, soffocante canicola.
Il sole, spietato, sferra il suo maglio cocente a perpendicolo sulle cape dei rari bitontini ancora in giro.
Un camion s’avvicina al cantiere di Piazza Cavour, nei pressi del Torrione Angioino, e carica i cumuli di macerie che un tempo furono chianche.
Anzi, ogni poco, da quella polvere grigia affiorano basole ancora grandi e ben sagomate, destinate anche loro, però, a fare una brutta fine.

Il barbuto paladino della giustizia piomba immediatamente sul posto e con frenetico passo presidia l’area dei lavori.
"La pavimentazione antica della nostra città è un mosaico a cielo aperto, perchè ogni pietra fu lavorata e sistemata singolarmente e quelle chianche lì possono sempre servire per ricostruire un angolo o un pezzo mancante. Insomma, sono fondamentali nell’ottica d’un restauro filologicamente accurato".
Un po’ per la veemenza appassionata con cui esprime i concetti, molto per l’incontestabile giustezza di essi, non gli si può dare affatto torto.

Subito, il suo cell diventa più rovente dell’aria intorno.
Vengono interpellate tutte le forze dell’ordine presenti sul territorio.
Giunge una pattuglia della Polizia.

Gli agenti, sensibili anzichenò, ascoltano con attenzione le parole di Ancona e le spiegazioni dell’operaio, che, frattanto, con benna più occhiuta, ha preso a salvare quei preziosi parallelepipedi lapidei.
"Io so lavorare in un certo modo e non faccio di sicuro la schifezza che hanno fatto altrove", orgogliosamente sostiene l’altamurano.

E Gino, che ha quel difetto imperdonabile (specie se visto con gli occhi di un politico) della memoria storica, provvede a snocciolare gli esempi dolorosi di Piazza Cattedrale e Via Le Vergini.
"Inguardabili scempi", la sua lapidaria definizione.

E poi, tanto per tenerci allegri, fa notare la pericolosità d’una lesione che corre giù lungo il fianco sinistro di Porta Baresana, impercettbile agli occhi dei comuni passanti, non per lui.
Che si preoccupa, e tanto.

Insomma, ancora una volta, è toccato a Gino Ancona salvaguardare il nostro patrimonio storico-artistico.
Chissà quando lo capiremo che quel che lui tira fuori dal cestino omicida della stuprante smemoratezza è anche e soprattutto "nostro"…        

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