Ecco il “benvenuto” che Bitonto riserva a chi rientra dalle vacanze

Mario Sicolo

Ah, benedetta nostra realtà…

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Lontano, la brace del tramonto incendia le cime delle dolci colline abruzzesi.
Presto, il pigolio delle stelle arderà nell’inchiostro del cielo che annotta.
Il mare, purtroppo, è solo un lene bisbiglio. Più nel cuore che negli orecchi.

La feria è finita, si parte. Il vento, soffiando piano, mi fa salutare dalle verdi palme deferenti.
"Ci vediamo tra un anno", pare vogliano dirmi, involontariamente beffarde.
Mio fratello, come sua abitudine, si ferma dinanzi alle strisce pedonali e nessun veicolo frigna o dribbla per superarci e mettere a repentaglio l’incolumità dei pedoni.
Ultimi scampoli di civiltà.

L’autostrada, ora, è una lingua di cenere che si perde nel buio.
Ci fa compagnia il curioso stilnovismo d’antiquariato dell’ultramoderna tecnologia del navigatore satellitare ("Per favore", "per cortesia", "leggermente").
Il viaggio sarà confortato dalla luna, piuma sospesa nel nero mare lassù.

Siamo al casello d’uscita.
La garrula macchinetta si trattiene arbitrariamente dieci centesimi, forse è il primo dazio da pagare al nome della città che campeggia sullo sfondo verde del cartello: Bitonto.

Al primo incrocio, segnali indicano nomi di aziende che, ormai, si sono trasferite dalla parte opposta, direzione Molfetta, fonti di ricchezza perdute per sempre.

Al termine di via Giovinazzo il sottopasso è ancora un cantiere, ma voci fededegne assicurano che tra un po’ apre per davvero. Intanto, penoso è stato il balletto delle date.

In fondo a via Lazzati, dietro tre casonetti, qualcuno ha dimenticato un salotto intero, solo un comodino doveva essere inutilizzabile se è stato consegnato alle fameliche fiamme d’un triste falò.

Per solito, quando si rientrava poco dopo Ferragosto, ti accoglievano le luminarie delle Feste Patronali, sberluccicanti lungo tutto Corso Vittorio Emanuele.
Oggi, invece, solo il fiero nulla rallegra il centro della città.

I lavori di Piazza Cavour procedono (più o meno) regolarmente, solo che terribili sono apparsi mucchi di chianche polverizzate. E dire che, fino a un mese fa, erano state spostate con somma cura, manco fosse Gino Ancona il responsabile delle operazioni.

Dunque. In piazza Cattedrale sostiamo per scaricare le centoventisette valigie (ma perchè, se siamo solo quattro?) che portiamo con noi – ah, quanto vorrei accanto ora la Dea Kalì – e rivoli incrostati di minzioni antique insozzano le già sudicie chianche.

Slalomeggio, bagagli pieni zeppi di tutto in mano, tra maleolenti sculture canine.
Sulla strada, tra mille cicche rotolano anche due bottiglie di plastica ritorte, pacchetti di sigarette vuoti ed una confezione di latte.

Un noto personaggio, cui è partito il diminutivo femminile del suo cognome, mi sfiora, fissandomi e sfrecciando col suo scooter protervo, rigorosamente senza casco, ma dimenticavo che qui è legge e adesso credo che si metteranno pure a far multe a chi lo indossa.      

Un gentilissimo vicino di casa – uno che fa beneficenza in quantità industriale, che Iddio lo benedica sempre tranne quando mi ferma per parlarmi, proprio mentre sudando faccio il facchino di stazione – mi sussurra: "Lo sai cos’è successo l’altro giorno?".

Con l’unico dito libero gli faccio notare che i borsoni aggappati disperatamente alle altre falangi significano che sono appena arrivato.
Bene, provvede subito a rimediare alla mia colpevole lacuna: "Sono entrati in un locale di una stradina di fronte al Torrione ed hanno fatto razzia di bevande, birre soprattutto. Pare abbiano fatto un danno di 4-5 mila euro. E la cosa strana è che protagoniste del misfatto erano donne".
Che tristezza, penso. E penso che erano tre settimane che non lo pensavo.
Ovviamente, non ci sarà traccia dell’eroica impresa nella cronaca ufficiale.

Un’auto si ferma in piazza, ne escono un uomo, una donna e la figlia e nel veicolo restano sempre cinque persone. Mah…
Il marito, epa prominente, sbuffa e malcela gli effetti d’una pantagruelica mangiata.
Poi, d’improvviso, si poggia al muro d’un palazzo.
Vomita.

Capperi, mi ha preceduto d’un soffio.
Anzi, d’un rigurgito…

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Commenti

  • lazanZara (utente non verificato)

    chi ha scritto questo articolo, ha sbagliato mestiere…. doveva fare il poeta. mai viste tante parole “fattizze” messe insieme. mi è venuto malditesta a leggere l’articolo. pantagruelica….assurdo!!

  • rimba (utente non verificato)

    Chi ha letto tanto e studiato tanto e ha una buona memoria può permettersi il lusso di usare in maniera propria le parole “fattizze” come dice lazanZara…. e noi che non siamo alla sua altezza …arrangimoci con un buon vocabolario o con internt.