Lasciate che i bambini vadano a giocare sul prato del “Città degli Ulivi”…
Come ci stancano le manfrine della politica, così ci nauseano quelle sportive
Chi non ha avuto la fortuna di conoscere Antonio Cardone, non può sapere come sono gli occhi di un grande giornalista.
Due stille di ruscelli pronti a zampillare fra balze scoscese e a scintillare all’oro del sole.
E qui l’astro per eccellenza sta ad indicare un’idea nuova, un’uscita singolare, una proposta imprevedibile.
Così, Tonino, con quella barbetta risorgimentale ed il sorriso sornione era lì, in un angolo della redazione del Buongiorno Bitonto, e creava polemiche e vita culturale con la fida Lettera 22, la sua macchina per (de)scrivere.
Eravamo a metà degli Anni Novanta.
Il Bitonto calcio stava preparando la molto poco allegra catabasi agli inferi del pallone.
Dopo gli splendidi anni di Interregionale con Cannone e Cardinale, Moscelli e Pizzulli, si stava rotolando mestamente verso il campionato di Promozione.
In particolare, quell’anno, paradossale era la situazione dei leoncelli: il sabato, loro, imberbi pedatori, schiantavano chiunque, quegli stessi, il dì di festa, resistevano un tempo dinanzi agli avversari e poi giustamente crollavano.
Ricordo su tutti il portierino volante Alfredo Piarulli, l’ultima giornata andò persino all’ala sinistra.
Il condottiero – impareggiabile monumento alla dignità – era quel signore che rispondeva al nome di Mariolino Licinio, bandiera neroverde.
La società sbandava paurosamente.
L’ignominia incombeva sulla città.
In tribuna stampa – ma quel plexiglass è stato sempre opaco e di vedere le partite al coperto proprio non c’era verso…- narrava le poco epiche imprese ancora il preside Nicola Delvino (conservo gelosamente ancora una sua silloge di racconti donata a mio padre con una dedica affettuosa) e si muoveva tra cose calcistiche con padronanza ed asciuttezza alla Hemingway il sodale leguleio Raffaele Capaldi.
Dunque. Ogni lunedì, controcuore, al grande Cardone, ex colonna della Gazzetta del Mezzogiorno e della Rosea, riferivo il disastro domenicale.
Lui, al solo sentire quei reportage dall’abisso, incupiva sempre più.
Fino a quando, un meriggio di sole primaverile, gioioso esclamò: "E allora, se così stanno le cose, mandiamo sul prato del "Città degli Ulivi" i bambini, almeno loro si divertiranno e noi avremo fatto una buona azione".
Al momento, non la presi bene e cercai di spiegare che il progetto calcio andava preservato a tutti i costi.
E’ sempre stato il mio modo di fare, a palte rigorosamente intonse.
Lui assentì e sibillino aggiunse: "Un giorno, però, capirai".
Ecco, mi sembra proprio che quel giorno sia arrivato.
Basta con le manfrine su quel rettangolo d’erba smeraldina invidiatoci da mezza Puglia e dai bitontini gestito in maniera tanto maldestra quanto dispendiosa.
Mettiamo fine al fastidioso pigolio di chi avanza pretese a vario titolo e mandiamoci i bimbi a pazziarci sopra.
Il resto davvero non ci interessa più.
N. B. Il Bari che s’allena sull’erta di via Megra non è uno scandalo innominabile.
Anzi, in passato, tante società di serie A e B vi hanno addestrato i garretti dei loro esemplari.
A maggior ragione adesso, che la serie D non esiste più e chissà se mai tornerà, davvero è motivo di lustro per la nostra città, troppo abituata a vivere di luce riflessa…
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