1848, quel misterioso convegno di massoni a Santo Spirito
Interessante pubblicazione a cura di Antonella Musitano e Adele Pulice
Nuova interessante pubblicazione, per i tipi della Levante Editori di Bari, sui temi legati all’Unità d’Italia e al movimento politico, sociale e culturale che preparò e costruì l’evento.
A partire dagli apparentemente piccoli episodi di microstoria, ecco dunque la ricerca di Antonella Musitano e Adele Pulice, dal titolo “Il Sud prima dell’Unità d’Italia tra storia e microstoria. 1848: Massoni e carbonari a Santo Spirito”.
“Ville patrizie e popolo nella Santo Spirito del sec. XIX” è, invece, il tema dell’interessante contributo storico di Antonio Castellano, nelle pagine finali della pubblicazione. A sua firma l’analisi sul ruolo che la località ricopriva in quegli anni. Santo Spirito nel 1848, allora.
Che è come dire Bitonto, visto che la località costiera, allora (e poi fino al 1928), apparteneva proprio al territorio della nostra città.
Una località che, inutile negarlo, pur potendo contare su un’orgogliosa e motivata autonomia culturale (chi non ricorda gli studi del compianto Vito Lozito?), pure è luogo quasi ancestralmente legato alla memoria e al presente della comunità bitontina.
Ma cosa accadde in quel lontano anno?
Il libro approfondisce e porta all’attenzione del lettore un episodio poco ricordato, accaduto a Santo Spirito in una delle ville più belle del patriziato bitontino, aduso a rifugiarsi nella marina presso dimore assai eleganti, le cui costruzioni (talvolta non solo a fine balneare ma anche stabile) erano spesso affidate agli architetti più prestigiosi dell’epoca (uno su tutti, Luigi Castellucci).
Ci riferiamo al convegno, di pretta natura massonica e sediziosa nei confronti dell’allora casa regnante al Sud dei Borboni di Napoli, avvenuto tra il 20 e il 21 giugno di un anno già proverbialmente turbolento per l’Europa dell’epoca.
Era anche l’epoca in cui, proprio al Sud e in molti centri della provincia di Bari, “assistiamo ad un incremento di società segrete”, scrive la Pulice.
E Bitonto, con città come Modugno, Bitetto, Bitritto, non manca all’appello: anzi, i carbonari, dalla chiara ascendenza iniziatica, si organizzano sempre più.
Così, nel 1820, se ne contano quasi 400.
La Vendita (questo il nome delle riunioni carbonare sul territorio) di Bitonto era, dunque, tra le più consistenti della zona.
Quale sede migliore, quindi, della villa Cioffrese, tra le magioni più amene ed isolate di Santo Spirito, per un incontro di tale natura?
Al raduno, intanto, intervennero liberali da moltissime città vicine (Palo, Monopoli, Molfetta, Acquaviva, Conversano e altre).
Ma cosa vi fu deciso? Quale la vera ragione del convegno?
Pare che, alla fine, tra indubbi propositi antigovernativi (si ricordi che il 15 giugno Ferdinando II aveva appena revocato la costituzione e diverse città pugliesi e baresi erano già insorte), nella seduta fu deciso “solo” di stabilire la convocazione di una Dieta a Bari, dopo quella di Potenza.
Il 24 agosto, però, parte già l’inchiesta delle autorità.
La notizia del convegno s’era diffusa e, dopo numerose convocazioni, fu istituito il processo a carico dei 22 imputati, rei di “associazione illecita con vincolo di segreto, costituente setta”.
Richiamandosi alla costituzione da poco abolita (ma innegabile, in quasi tutti i partecipanti, fu la semplice tutela degli interessi proprietari, in un’ottica dichiaratamente antiproletaria), i convegnisti, difesi energicamente, tra l’altro, anche dal vescovo Nicola Marone, dopo l’arresto per cautela, furono quasi tutti dichiarati innocenti, al massimo esiliati, ma sempre in Puglia. Marco Cioffrese, organizzatore della riunione, fu liberato dalle patrie galere solo nel 1860, mentre Giovanni de Ilderis, altolocato politico bitontino, ex guardia d’onore di Ferdinando II, fu confinato a Foggia.
Il volume pubblica alcuni dei passi relativi agli interrogatori dei testimoni e degli imputati più importanti del processo, trascritti a suo tempo dal Lozito dai documenti originali.
Interessante, inoltre, l’altra parte del testo.
Si tratta di una ricerca, a firma della coautrice Antonella Musitano, assai coraggiosa perché cerca di sfatare i luoghi comuni che una storiografia di segno ideologico e vacuamente nazionalista (fastidiosamente riecheggiata nei mesi scorsi) ha purtroppo diffuso in merito, ad esempio, alla presunta inferiorità economica del Regno delle Due Sicilie rispetto al Nord o, se si vuole, alle pretese immacolate biografie dei cosiddetti Padri della Patria.
Notevole, infine, il risalto dato dall’autrice ai fatti di Bitonto del 1734.
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