Adesso si mettono anche a rubare ai morti. E sprofondiamo sempre più in basso…

Mario Sicolo

Libere considerazioni sopra un manifesto affisso sui muri del nostro cimitero

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L’uomo che entra in un cimitero è una nuvola di ricordi.
Col passo pensoso, attraversa quei viali costeggiati da alberi alti alti, smarrisce lo sguardo tra quelle pietre squadrate, sente persino il cinguettio di giocose rondinelle.

Cammina piano ed è come se fosse raggomitolato dentro la sua anima in cerca di sè, più che di chi ebbe caro.
Afferra i manici di scale infinite e gracchianti: riproduzioni maldestre della pisana torre, accorciano la distanza tra te e i tuoi morti, ma pare – se appena soffia un refolo di vento – siano in grado di azzerarla completamente.

L’uomo, chiuso tutto nel suo cuore, impavido affronta quei pioli tremebondi per raggiungere il piano più alto della colombaia, lì dove il sole ritaglia ombre leggere sul marmo venato di nostalgia.

L’uomo passerà il panno imbevuto d’acqua sul volto di chi amò più per carezzarlo che per un’esigenza di pulizia vera e propria.
Eppure, nel compiere questa azione, può succedere che non vi trovi più i fiori nel vaso metallico un poco arrugginito e che, svitando il lumino a forma di fiamma, dentro non scorga più la lampadina.

Capita nel nostro camposanto, violato dal crimine più vile e ignobile: rubare ai morti.
Illusione delle più stolte, tra l’altro, credere che lo si possa fare a man salva, tanto loro non ci vedono.
Quei sorrisi, quegli occhi, quei visi, all’apparenza immobili, ci scrutano, in realtà, più di quanto noi si possa immaginare. Fino a diventare, quella luce invincibile, la nostra stessa coscienza.

Loro sono seri perchè appartengono alla morte (in vernacolo partenopeo rendeva molto di più, lo so), avrebbe sussurrato il principe di ogni risata, Antonio de Curtis in arte (eterna) Totò.

L’uomo, che s’affanna per rimediare al delitto tristissimo, sarebbe stato avvisato della probabilità d’imbattersi nell’inconveniente, se avesse letto il manifesto che ha scritto The undertaker (firma un po’ tremenda), il necroforo credo, all’ingresso del cimitero.
Il cavafosse ha definito i topini con la pietra nel petto "iene" e "sciacalli", di certo mancando di rispetto agli animali.

Eppoi, quei bruttimbusti (neologismo ardito, ammetto, ma meglio non saprei definirli), che con mano oltraggiosa portano via qualsiasi cosa, figurandosi di restare impuniti, non sanno che, in un angolo remoto di quella città più viva della nostra, in contemporanea con le loro gesta indicibili, in virtù (ehm…) delle loro gesta indicibili, stanno certosinamente costruendo lo "stipo" più vergognoso.

Sulla cupa lastra marmorea, a lettere di bronzo spento, sopra una fossa abissalmente profonda, c’è scritto "Pietà"…        

Mario Sicolo

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Commenti

  • rimba (utente non verificato)

    Prof riesce sempre ad emozionermi! Ma quali bruttimbusti….merdimbusti sono; fecciaimbusti, puzzolentimbusti sono; sono il peggio del peggio che possa esistere.