Un ricordo di Antonio Rossano, maestro (vero) di giornalismo
Il vostro cronista ed un’intervista di quasi dieci anni fa…
Una sera di ventosa malinconia, dieci anni fa o giù di lì.
Il Castello Svevo incombeva con la sua chiaroscurale maestosità su quel viale alberato.
Antonio mi aveva mandato da Antonio, col beneplacito di Mimmo, ovvio.
No, non erano la stessa persona, anche se il tratto signorile che li contraddistingueva era davvero il medesimo.
Il primo Antonio era Cardone, già stato anima della Gazzetta dello Sport, maestro di giornalismo mio e di tanti ragazzi diventati poi uomini con taccuino e penna in mano, collaborava in tempo di pensione (che per lui mai fu di quiescenza, anzi) col periodico cittadino Primo piano.
Il secondo era Rossano, simbolo della cultura della Radio Rai del Tg3 Regione Puglia, cronista col cuore palpitante dentro la stilografica, un’autentica rarità.
Mimmo era (ed è) Larovere, il mio direttore nel mensile sopracitato.
Dunque, l’appuntamento era stato fissato lì, in quel caffè elegante del capoluogo che si chiamava proprio come la rubrica che firmavo e firmo (non è esclusa la segreta regia luciferina cardoniana): Dolceamaro.
Tra poltrone morbide e tavolini di legno scuro, avevo da incontrare il grande Rossano.
Con la scusa di fargli qualche domanda sul suo ultimo libro "Mi lagnerò tacendo – rumori e follie del giornalismo varità" (un titolo che era tutto un programma, tra l’altro), passammo due ore piacevolissime a dialogare sui minimi – che per me erano massimi – sistemi del mondo dell’informazione, pugliese e non solo.
Una nera cordicella scendeva giù dagli occhiali argentei e si nascondeva nella chioma bianca come una nuvola bianca.
La sua voce salottiera e carezzevole mi aprì un mondo straordinario e tormentoso, attraversato con ironica levità da questo scrittore eccelso e, a suo modo, puntuto.
Di più. Rossano era un poligrafo di stampo umanistico, nel senso che scriveva tanto (e lo ha fatto fino all’ultimo giorno del suo pregnante transito fra noi, alcuni titoli: “L’italiano (ieri e oggi). Tra rimembranze, contaminazioni e prove di scrittura”, “Padre Pio. E tu, che santo sei?”, “Il Petruzzelli. Storia di una città, Quel che restò di una città”, "Discorso in forse (per attore solo)", "Piccinni mi ha detto. Biografia a due voci con intermezzi e un fuor d’opera", "I cippecciotti. Pierotto Baffobuffo, il signor Cip e…", Cascione, dove sei? Storie di giornalismo e affini", "O cambiamo protettore o rubiamo san Nicola", "Memorandum del fantasma dell’Opera. La confessione, con smentita", "1943: "Qui radio Bari", "Scoop! Ovvero come fare il giornalista e vivere ugualmente infelici") dopo aver letto ancora di più, non come fanno molti per il sol gusto d’imbrattar carte.
Le prime cronache di pallone, il suo Mola seguito ancora in calzoni corti. Lo stile che dev’essere comprensibile anche dal pescivendolo, non solo dall’ingegnere nucleare. Il dramma che gli lacerò l’anima (innamorata ognora della lirica) del Teatro Petruzzelli violentato da codarde fiamme. La fede strenua nella religione cattolica, ma, proprio perchè salda, aperta al dialogo con tutti.
Ad Antonio R. il pezzo che vergai piacque, anche se ci trovò un po’ di nostalgia.
Antonio C., sogghignando, mi fece dono di una pagina d’un rotocalco antico in cui – nello spazio delle lettere al direttore – un bimbo di nome Mario (toh, guarda caso, mannaggia a Tonino…) voleva saper come si potessero pescare le stelle.
Come vedete, lettori cari, siamo su un altro pianeta.
Anzi, sicuramente lo sono loro, in questo momento (ho qualche sospetto che si chiami Paradiso…).
Saranno gomito a gomito nella redazione più meravigliosa e più sorridente che si possa immaginare.
Chi è stato giornalista quaggiù, continua lassù a cavalcare il carrello d’una inossidabile Lettera 22 per inseguire sogni fatti di parole…
Mario Sicolo
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