Donne e media, il discorso in Aula del senatore Procacci
Il Pd ha affidato al nostro concittadino la dichiarazione di voto
Di seguito pubblichiamo integralmente il discorso nell’Aula di Palazzo Madama del Senatore del Partito Democratico, Giovanni Procacci, sulla mozione "Donne e Media".
Signor Presidente, il Gruppo del Partito Democratico ha voluto che fosse un uomo a tenere la dichiarazione di voto, perché la questione che stiamo affrontando non riguarda solo un genere, ma entrambi, e lo dimostrerò. È infatti una questione che tocca anche il nostro modo di essere uomini, di vivere e concepire il rapporto con l’altro genere.
Occorre partire dalla constatazione che l’educazione e la formazione dei cittadini sono state in larga parte sottratte alla famiglia e alla scuola dai media e in particolare dalla televisione, che entra indisturbata nelle case di tutti gli italiani. Dunque, lo Stato non può limitarsi a prenderne atto, ma deve sentire su di sé il peso e la responsabilità di vigilare, e non solo sulla RAI, a che questo dato non si trasformi in un peggioramento e in una distorsione della formazione dei cittadini.
Il 60 per cento delle immagini televisive è costituita da donne; quindi, non siamo dinanzi ad un problema di quantità, bensì di qualità. Infatti, si dà l’impressione che solo una certa bellezza sia strumento di successo, senza considerare altre qualità. Fatta eccezione per alcune fiction, la donna viene rappresentata come oggetto gestito (ci sforziamo di combattere questa battaglia anche in seno alla Commissione di vigilanza RAI), con prevalenza di primi piani su particolari anatomici e con telecamere, già prima della trasmissione, posizionate in modo da carpire immagini del genere, in una logica fondata sulla netta prevalenza dell’apparire rispetto all’essere.
Questa continua rappresentazione della donna come oggetto sessuale crea modelli ed induce tante ragazze a ricercare il successo nei diversi campi, aggiustando ossessivamente il proprio corpo e smarrendo il diritto-dovere alla autenticità, alla verità, che si vive nella vita di ogni giorno, alla capacità di riconoscere i propri veri bisogni; quella rappresentazione produce anche tanta sofferenza a chi non può competere con quello strumento.
Anche quando le donne vengono chiamate in TV per motivi professionali e per proprie competenze, non si rinuncia ad una logica che induce a guardarle con occhi – lo dico da uomo – maschili. Basti pensare a trasmissioni come «L’isola dei famosi» – dobbiamo avere il coraggio di affermarlo in questa sede – per comprendere immediatamente quanto poc’anzi affermato. Signora Ministro, quando ho personalmente chiesto al presidente della RAI come sia possibile mandare in onda certe trasmissioni, mi sono sentito dire: «Anch’io un po’ mi vergogno, ma sa quanto rendono in pubblicità?» La RAI purtroppo perde ogni anno il 25 per cento di canone non pagato dagli italiani. Inseguiamo dunque la logica dello share e delle televisioni commerciali, che la RAI talvolta finisce per imitare sottoponendosi alla dittatura della pubblicità e dell’audience.
Dunque, siamo arrivati al punto che su Raidue qualche tempo fa, in una trasmissione, è apparso un tabellone elettronico su cui sarebbero comparsi i numeri di una ricerca statistica su come gli italiani avrebbero risposto a questa testuale domanda: «Vorresti vedere tua figlia nuda su un calendario?». Signora Ministro, non si tratta di demonizzare la bellezza, come qualcuno in modo spregiativo sostiene, né di una visione moralistica di retroguardia, bensì di prendere atto del danno culturale, umano ed educativo che si produce alle donne e a tutta la società. Se infatti consideriamo i risultati del comitato TV e minori del 2004, ci rendiamo conto più facilmente che questo modo di ritrarre la donna in TV, ma anche sulla carta stampata (e non parliamo poi di Internet), produce gravi danni alle bambine che sono indotte a seguire modelli sbagliati, ma anche ai bambini che ricevono un danno enorme (vorrei parlare anche di questo aspetto), perché sono indotti ad una visione distorta dell’amore. Da questo humus nascono episodi di violenza sessuale, che non è solo quella che finisce nelle cronache, ma è anche quella che si consuma nel silenzio delle mura domestiche.
Care colleghe e colleghi, votare questa mozione non significa soltanto affrontare una questione di pari opportunità e di rispetto per la dignità delle donne – pur obiettivi di per sé assai rilevanti – ma significa soprattutto comprendere che è in gioco qualcosa di più grande, che riguarda l’intera società italiana e che è l’educazione al giusto rapporto tra i generi, l’educazione all’amore come fondamento di un ordine sociale migliore, capace di elevare il livello civile del nostro popolo. Occorre avere il coraggio di affermare che l’amore (parola difficile da pronunziare in Parlamento) come dimensione fondante della persona umana è un fatto privato nel suo vissuto individuale, ma nella dimensione educativa è un fatto pubblico, di cui lo Stato e la politica devono farsi carico anche se sappiamo che su questo aspetto lo Stato e le sue agenzie formative (a cominciare dalla scuola) sono latitanti, forse perché erroneamente credono che non sia compito loro. Ma chi crede nel valore della famiglia e nella sua centralità, chi auspica una società più giusta e meno violenta, deve essere consapevole che questi obiettivi si perseguono soprattutto educando i cittadini ad una sana affettività, ad una capacità di amare che sappia andare oltre la pura corporeità (che è di per sé un valore, ma non sufficiente), che sappia coniugare la bellezza con la tenerezza, che sappia cogliere la bellezza non solo nella fisicità, ma anche nel fascino straordinario della identità altra da sé.
Come ci si può nascondere che la mancanza di questa capacità di amare e l’inseguire questi modelli distorti che i media ci propinano è una delle ragioni più frequenti che portano alla dissoluzione delle famiglie e alla conseguente diffusione della violenza?
Ma chi educa all’amore nel nostro Paese? La famiglia? Poco o mai! La scuola men che meno!
Dunque il Parlamento affronti questa questione: è una questione nuova, signora Ministro. Impostare la questione delle pari opportunità sulla radice più profonda di un aiuto e di una tutela di un genere soltanto è un’idea secondo me fondamentale anche per le sue politiche di Governo. Il Parlamento, dicevo, affronti questa questione perché è compito dello Stato, secondo me il quale, non solo non educa, ma al contrario, consente, non vigilando, una profonda distorsione della dimensione formativa.
Vorrei che tutti i parlamentari (l’ha già richiamato qualche collega) potessero vedere quel documentario sulle donne nei media prodotto da Lorella Zanardo (che il presidente Zavoli ha sapientemente inviato ai membri della Commissione di vigilanza della RAI) e in particolare si soffermasse su quel passaggio – mi avvio a concludere, signor Presidente – che riguarda quella che io amo chiamare «l’etica del volto». Al modello di donna nelle TV di oggi, che ha vergogna per ciò che il tempo ha naturalmente prodotto sul volto, quel documentario oppone Anna Magnani, che sul set di un film dice ad un affannato truccatore: «Non cancellarmi nemmeno una ruga, ci ho messo tanto tempo a farle!».
Mascherare il volto, omologandolo ad uno stereotipo, significa rinunciare al fascino della sua vulnerabilità, alla sua identità, alla sua espressività e soprattutto alla sua irripetibile unicità!
Da tutte queste considerazioni nasce l’invito al Governo ad impegnarsi perché siano rispettate tutte le risoluzioni, nazionali ed europee, che impegnano i media ad adottare e rispettare un codice di autoregolamentazione che tuteli la dignità della donna.
Lo stesso farà la Commissione di vigilanza RAI nell’atto di indirizzo.
Ma questo dibattito è anche l’occasione perché il Governo assuma consapevolezza di una sua responsabilità più ampia nel più vasto campo dell’educazione in tal senso.
Chiudo, perché il tempo è tiranno. Voglio soltanto dire che è importante e significativo che su questo tema oggi si voti tutti la stessa mozione. È un segno di unità su un grande tema che riguarda la convivenza civile del nostro Paese. Tutto questo rafforza il mandato che il Parlamento dà al Governo e agli organi preposti alla gestione della comunicazione.
Questa unità di intenti è stata raggiunta grazie all’impegno di tutti i Gruppi parlamentari, ma – devo dirlo – soprattutto delle senatrici (altro che divisioni per colori: quando si uniscono sono una potenza della natura!), che non si sono arrese a quella che sembrava una ineluttabile contrapposizione.
Ma consentitemi di dire questo: il felice esito di questa mozione è stato possibile anche perché – vorrei fosse dato atto di questo – il Partito Democratico non ha usato parole sul cui sfondo potessero materializzarsi fantasmi di cronaca attuale.
Noi non ne abbiamo parlato, né abbiamo parlato di comportamenti di uomini pubblici che alimentano questa subcultura, e non intendiamo farlo! Sarebbe persino facile! Ma sarebbe anche l’ultima beffa per le donne, perché renderebbe falsa, inautentica e strumentale una battaglia che invece vuole essere per l’autenticità, la verità e per la dignità della persona umana.
Commenti
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Quanta retorica, quanta ipocrisia, quato falso moralismo nelle parole del (nostro?) senatore nominato dalla sua segreteria. Piuttosto che preoccuparsi della sofferenza delle donne non belle che sono costrette a diventarlo per avere successo, pensi a quanti giovani (uomini e donne) dopo essersi impegnati negli studi non riescono ad entrare nel mondo del lavoro perchè non hanno un parente potente che possa sistemarli. Pensi a quante umiliazioni i ragazzi sono costretti a subire vedendosi sorpassare dai soliti raccomandati (peraltro incapaci) protetti da politici di ogni colore. Chi vuole usare la bellezza per farsi strada non ha bisogno di guardare spettacoli indecenti. L’indecenza è dentro di noi non in quello che guardiamo.







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