Storia di Luigi, vittima del male oscuro dei giorni nostri
Basta perdere il lavoro di una vita per smarrire anche la speranza nel futuro
Anche questa giornata scorrerà così.
Le ore rotoleranno nel vuoto della nostalgia.
Luigi resterà lì, immobile, seduto su una sedia di plastica scolorita.
No, non seduto. Abbandonato. Quasi dimenticato. Da tutti e, soprattutto, da sé stesso.
Che importa se fuori sfolgora glorioso il sole? Se il cielo è azzurro come il sogno di un bambino?
Meglio restare qui, senza forze come un sacco vuoto, su questa sedia, a biascicare qualcosa tra le labbra, che appena si schiudono.
Sì, c’è la moglie che, quando ti passa davanti, ti sorride e fa la battuta per scherzare un po’ e, poi, si strugge in camera e piange.
E i ragazzi? Chissà come andranno a scuola?
Luigi, col passare dei giorni, nell’infinito niente che si è inflitto, pian piano sta maturando la convizione che è lui, solo lui l’impedimento alla felicità dei suoi cari.
D’improvviso, si sarà guardato nello specchio dell’anima e ci avrà scoperto sopra una ruga di losca malinconia.
Non gli restano che le dita delle mani, intrecciate in un ossessionante, vorticante nulla, rami d’ulivo ritorto e dolente.
Persino l’orologio sulla parete di fronte avrà un debole ticchettio, battito triste del cuore del tempo.
Nessuno può sapere che quella sedia stinta, sulla quale ti appassisci inesorabilmente, ti ricorda le sedie del tuo locale dove lavoravi come un matto da mattina a sera.
La gente ti stimava.
I tuoi ti guardavano fieri.
Se non eri un artista, poco ci mancava.
Poi, le spese, i sacrifici, gli impegni e chissà cos’altro.
Tutto è diventato incredibilmente insopportabile.
Fine della corsa.
Ora, non resta che questa sedia: piccolo, disperato cantuccio di solitudine.
Luigi ha provato persino a pregare, ma niente. Più di lui, le parole si perdevano nell’aria indifferente di quella stanza.
Lassù non lo ascolta nessuno, ne è sicuro.
La vita, in fondo, è un eterno bilico tra le cose mortali perdute e le cose immortali sperate.
Solo che, ogni tanto, qualcuno si stanca di fare l’acrobata…
Mario Sicolo
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