A teatro arrivano i “Fantasmi”. Ed è uno spettacolo unico

Liliana Tangorra

Un omaggio a Pirandello con l’affascinante performance di Vetrano e Randisi

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Al Teatro ‘Tommaso Traetta’ è andato in scena il primo atto di una stagione teatrale che sembra davvero interessante: ‘Fantasmi’ di Vetrano e Randisi.

In questo spettacolo, i due attori, continuano il percorso sull’esperienza pirandelliana: la loro scrittura scenica è singolare in quanto unisce ‘L’uomo dal fiore in bocca’ e ‘Sgombero’, due atti unici anticipati da brani tratti da ‘Colloqui coi personaggi’, sempre di Pirandello ed intersecati dalle conversazioni di ‘Totò e Vicé’, creature di Franco Scaldati.

Una scenografia caratterizzata da dei binari che attraversano di lungo il palcoscenico, simbolo di una stazione ferroviaria e probabilmente di una transizione; accompagnata da luci calde ed ombre.

I personaggi come ‘fantasmi’ parlanti, si muovono e compaiono sulla scena ad intermittenza, segnando la scansione dei vari episodi, a cominciare dal prologo in cui Pirandello stesso pare rivolgersi al pubblico per parlare della ‘forma d’arte’ in conflitto o in rapporto (questo dipende dal periodo storico) alla vita in compimento.

Appaiono anche Totò e Vicè (interpretati, rispettivamente, dagli eccellenti Stefano Randisi e Enzo Vetrano), due smarriti vagabondi che, come in ‘En attendant Godot’ di Samuel Beckett, sotto un albero ragionano della vita, spingendosi in discorsi assurdi con leggerezza e con innocenza, supponendo di essere nelle cose, di essere le cose, o come le cose.

Così nel succedersi di domande frenetiche e piene, apparentemente, di inutilità si spingono leggeri su alcune considerazioni sull’esistenza. Come un orologio che suona al ritmo di ‘Totò’ ‘Vicè’, ‘Totò’ ‘Vicè’, ‘Totò’ ‘Vicè’, i due protagonisti scandiscono le note di una tragedia che trascina e avviluppa con ironia e serenità.

Come un taglio in una tela arriva la brava Margherita Smedile interprete della figlia disonorata dello ‘Sgombero’. La sua presenza materica, associata all’ombra del padre morto, si contrappone alla poetica degli stralunati Totò e Vicè. La donna impreca, grida, condanna il padre e la vita mentre sbriga le ultime incombenze per l’ultimo addio al parente con distacco e disincanto, mentre si apre nel ventre una maternità indesiderata, venuta dopo il desiderio.

Ad un tratto, con il gusto amaro di questa storia struggente, compaiono i due protagonisti de ‘L’uomo dal fiore in bocca’.
Il primo è un cliente del caffè della stazione, capitato in quel bar per caso dopo un frenetico shopping per la moglie e le figlie che, lamentandosi della faticosa giornata passata, intraprende un profondo discorso con un uomo ammalato di epitelioma e condannato a morire.

Questa sua condizione lo preme a indagare nel mistero della vita e a tentare di spingersi nella sua essenza, dedicando il suo tempo a scrutare le abitudini degli umani.
Per chi, come lui, sa che la morte è prossima, tutti i particolari, anche insignificanti, delle cose assumono un intenso valore, come inteso è il sapore dell’albicocca matura.

Due figuranti distanti nello spazio, uno vuoto da colmare, come i silenzi che intervallano le parole esperte di Randisi e Vetrano.
Che poi si ritrasformano in Totò e Vicè perduti e ritrovati, dopo il viaggio in un inferno profanato, che ridiventa gioco in un presente continuo.

Uno spettacolo che aiuta a ragionare sull’esistenza, sulla fugacità del tempo e che stimola la riflessione in perfetto stile pirandelliano.

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