Si ride (e si piange) con l’ultima commedia di Michele Muschitiello
Le commedie di Michele Muschitiello sono proprio come chi le scrive.
Chi lo conosce sa che è in grado di venir fuori da situazioni intricate con un motto salace, ma è pure capace di vibrare d’emozione, se recita una poesia in dialetto dedicata a chi ha amato.
Così, quando le parole non bastan più, restano solo le lacrime.
E si piange per le risate, le labbra vanno da un orecchio all’altro, oppure per le parole che, tatuandosi sul cuore, vi scoprono la cicatrice d’un ricordo che mai sopirà.
Dunque, l’ultima fatica del medico appassionato di storia e tradizioni nostre s’intitola "La casa popolare" ed è stata portata in scena per la regia di Michele De Mundo dalla compagnia teatrale "U Seppùnde" presso l’Auditorium "De Gennaro", qualche giorno fa.
L’intreccio, fantasticamente agile nella sua apparente, domestica immobilità, cattura gli spettatori – che hanno gremito la platea in ogni ordine di posto – dal primo all’ultimo minuto della rappresentazione.
L’argomento è più che scottante, diciamo pure ustionante. Ciccille (un Carmine Desantis in grande forma) è un operaio cinquantenne rimasto improvvisamente senza lavoro e stipendio, con una misera cassa integrazione fra le mani soltanto.
La moglie Maria (la solita, mordace Damiana Tuffo), ognora querula, non perde occasione di fargli pesare la condizione familiare tutt’altro che florida.
La suocera Sabbèlle (l’irresistibile Teresa Noviello) le tiene logicamente bordone.
Sabellìne (brava ed efficace Claudia Napoli), la figlia – che, come usanza d’un tempo vuole, ha in eredità il nome della nonna – è la saggia voce critica del focolare.
Ora, siccome tutte le disgrazie piovono addosso al cane smilzo, presto la padrona di casa, Rosètte (perfettamente calata nella parte Katia Coviello) recapiterà alla sgangherata famiglia lo sfratto.
Per non finire sotto un ponte, urge avere una dimora dall’Istituto Case Popolari, anche se, per salvare il salvabile, buona carta da giocarsi potrebbe essere l’infatuazione del figlio di Rosètte per Sabellìne, Mimì (uno stralunato, bislacco e spettacolare Luca Mercurio).
Esilarante e spassosissima la visita dell’ispettore dello Iacp (Pasquale Chiapperino perfetto) con un armadio grande tanto da contenere persino la toilette.
Commuove il dialogo, che ha la partitura di un soliloqio dolente e disperato, di Ciccille con una lumaca ("u cazzacùmene", piccola creatura simbolicamente dotata di magione portatile), scampata ai bollori del sugo e anelante la libertà.
Meravigliosi i lampi di metateatro che coinvolgevano un divertito sindaco Raffaele Valla, in prima fila.
Alla fine tutto è bene quel che finisce bene. Cicille e i suoi restano lì dove sono.
Chi ha riso e pianto per due ore torna agli usati affanni quotidiani.
Ma, mentre sfila tra gli ulivi del giardino, sente l’anima più lieve, sorretto com’è da un sospiro di nostalgia per un mondo di valori e sentimenti.
Che, forse, va inesorabilmente tramontando…
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!







Strisce blu e pass disabili, a Bitonto il sospetto degli abusi per non pagare