Da Bitonto al Burkina Faso e ritorno. Per riscoprire l’anima
Hanno un piccolo infinito dentro gli occhi.
Sarà perché di quei cieli sterminati solcati da ardite nuvole ti resta sempre una luce, sarà perché quelle notti piene di stelle non si dimenticano più.
Te ne accorgi quando ti parlano di quest’estate.
Tutti sotto gli ombrelloni in riva al mare a sbuffare per la canicola, i più fantasiosi in montagna credersi Messner.
Loro, no. In Africa subsahariana, ex Alto Volta, oggi Burkina Faso per la precisione, che tradotto in italiano vuol dire “Paese degli uomini onesti”: non vorremmo che laggiù Bitonto si traducesse giusto al contrario.
Comunque. Francesco, che di mestiere fa il prof, ripensa una volta di più al valore fondante dell’istruzione.
Valentina non riesce a cancellare dalla memoria il dito consunto e ingioiellato di mosche d’un bimbo spensierato.
Caterina non acquista più le balle d’acqua e s’accontenta di quella che scorre dal rubinetto.
E, mentre sul desktop del portatile scorrono le istantanee della loro vacanza speciale, carezzano dolcemente con gli occhi quei volti, quei paesaggi, quel mondo lontano che è rimasto scolpito nell’anima.
Sedici persone (dodici ragazzi "clan" dai 17 ai 21 anni e quattro adulti accompagnatori) del Gruppo Scout Agesci Bitonto 2 dal 3 al 25 agosto hanno provato a scrutare il mondo con occhi nuovi.
Treno da Bari a Milano, aereo per Parigi, altro volo per Ouagadougou, la capitale della loro destinazione.
Il campo internazionale impone una base dalla quale, poi, muoversi per le escursioni quotidiane.
Dunque, il quartier generale dei nostri esploratori della felicità – già, il tema del viaggio era proprio questo – era il Centro Oasis a Koudougou, diretto da un laico italiano, Enzo Missoni. Un punto di riferimento per tutti gli abitanti del posto che si regge tramite il sistema delle adozioni a distanza.
Si parte con i bambini, si finisce per mantenere intere, numerosissime famiglie.
La caratteristica della missione dei nostri concittadini era la frequenza di alcune botteghe, che è anche e soprattutto un modo per impastarsi gioiosamente, concretamente con i costumi di vita. Batik (tecnica particolare di colorazione dei tessuti), bronzi e danze tradizionali, le attività da studiare.
Giorni di verità, quelli vissuti dai nostri ragazzi. La terra rossa delle strade che sembrano gruviera, persino quelle principali, i meccanici che non ispirano tanta fiducia, le case sempre aperte e costruite col fango (ohibò, persino l’uomo al principio fu fatto così…) e i palazzoni delle banche (pure là, e ti pareva), le chiese e le moschee gremite di fedeli, miglio ovunque, polli e bovini anoressici, le scuole più private che pubbliche (ma questo è un vizio che si diffonde a macchia d’olio anche in Europa), gli ospedali deserti perché lì finché si può tirare avanti non fa nulla se non stai bene.
Eppoi le escursioni per contemplare i baobab mastodontici e secolari, il loro corteo che diventava un’attrazione assoluta per i bambini che li incrociavano, bimbi con specialità mangerecce – “l’autogrill semovente” simpaticamente ricorda Francesco –, che andavano loro incontro ad ogni sosta, la visita all’azienda che valorizzava i materiali plastici gestito dall’ong L.v.i.a., le preghiere e le meditazioni al centro. Dove, tra gli ospiti, si muovevano con passo discreto pure le donne ripudiate dalle loro famiglie e chiamate “mangiatrici d’anime”.
Già, l’anima. “È bellissimo vedere come da loro la spiritualità è quotidianità”, sorride di lieve nostalgia Valentina.
“Secondo me, la felicità è inversamente proporzionale alla ricchezza. A quelle popolazioni va ridata la dignità e non imposta la miseria, che è altra cosa rispetto alla povertà”, quasi s’accende di rabbia Francesco.
“Era meravigliosa la leggerezza con cui affrontavano le giornate. Qualsiasi cosa dicessi, loro ti rispondevano: “non ci sono problemi” rammenta Caterina, con uno sguardo senza nuvole.
Lo scriba antico, s’accomiata pensoso e ringrazia per il lavacro di purezza offerto dagli avventurosi amici.
Scarpinando verso casa, l’interrogativo che lo assilla è questo: “Ma, noi, soffocati dalle bassure nostre, sappiamo ancora amare?”.
Commenti
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leggere questo articolo è un po’ come ripercorrere quei 21 giorni tra la gente vera del mondo,sporcarsi di quella terra rossa,incrociare lo sguardo e le mani di bimbi che per colpa di “qualche” occidentale non porta le scarpe e non mangia tutti i giorni…io forse ho capito qualcosa di come va una parte del mondo e cerco di far si che non vada sempre peggio…ma in realtà quanti hanno il coraggio di spogliarsi del superfluo e iniziare a vivere “dignitosamente”?pensiamoci su ogni tanto…
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Ciao franceskina 92. Le ultime righe del tuo commento mi fanno pensare che hai veramente 18 anni. Brava continua così! Ce ne vogliono molte di ragazze sensibili come te! Credo che, invece, tanti con la pancia piena non pensono a quanti bambini muoiono per la fame nel mondo! Basti pensare alla pletora dei nostri parlamentari, regionali, provinciali, comunali di quartiere….e dulcis in fundo on. e sen. ecc.







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