Marco Calamita trascina l’Eintracht Braunscwheig in Serie B tedesca
La bitontinità è un vento che ti porti dentro, ovunque tu sia.
Il sole invitto nel cuore azzurro del cielo (quando non ammorbato dalle esalazioni mefitiche di depuratoridiscarichecentraliturbogas), il candore secolare delle pietre che sanno la nostra storia (quando non violate dai soliti noti ignoti), gli ulivi ritorti e dolenti, silenziosamente immoti nelle campagne color tabacco (quando non vengono tagliati abusivamente per adornare le ville dei notabili tutt’altro che notabili) sono stimmate che niente e nessuno potrà mai cancellarti dall’anima.
Allora. Chiudete gli occhi, cari lettori, per un attimo – ma solo per un attimo, purtroppo per voi – dimenticate i micro e i macrodelinquenti, la giunta azzerata (piccola parentesi: però, non male la vita in città senza assessori…), le pastoie burocratiche del Palazzo, il traffico che farebbe smoccolar persino San Francesco, l’ospedale che viene smantellato inesorabilmente com’era facile intuire già tanti anni fa, allorchè improvvisamente sparivano reparti e primari per essere trasportati di sana pianta nel capoluogo e dintorni (promoveatur ut amoveatur? Chissà. Comunque, promoveatur…), il Bitonto calcio che lentamente muore e trasferitevi con balzo onirico, che nulla costa, nella terra dei crucchi.
Siamo a Braunschweig, nella Bassa Sassonia, Hannover e dintorni.
Terra di scrittori insigni e uomini politici d’alto lignaggio, oltre che culla di Gauss, l’uomo che inventò la curva che s’è mangiata le cape di parecchi studenti.
La squadra di casa, dopo aver vinto uno scudetto trentatrè anni fa, era sprofondata in terza serie. Un tonfo inverecondo.
Poi, lo scorso anno, la cavalcata trionfale.
Chi ha messo a segno il maggior numero delle reti è stato un pedatore che già dal nome è nostro: il ventisettenne Marco Calamita.
Tra crauti, birra e wurstel, i tifosi teutonici l’hanno immediatamente adottato e soprannominato senza grande sforzo di fantasia col medesimo cognome, perchè la sfera di cuoio sovente gli s’incolla al piede-magnete per buggerare avversari e valicar le altrui porte.
Quest’anno, dunque, sarà Zweite Liga (la serie B) e tra meno di dieci giorni riprenderà l’avventura di Marco. Che ha rinunciato alla cittadinanza tedesca per restare italico, sogna di poter giocare nel Napoli ed ha per idolo assoluto il Codino Divino Roberto Baggio.
Bello il filmato sui suoi primi calci ad un pallone (http://www.youtube.com/watch?v=CteMxQgj0Vw), quando, tra scriccioli biondi e riccioluti, Marco si fa strada, cuoio quasi più grande di lui al piede.
E, prim’ancora che la voce della mamma che gli raccomanda di dare una sistemata all’abbigliamento prima di calpestare l’erba del prato (quanti, ancora oggi, uscendo di casa, si sentono urlare dietro dalla troppo ansiosa genitrice bitontina: "Aggiustati il colletto!"), è la finta sulla punizione, che subito dopo segnerà con luciferina parabola, a dirci che Calamita è bitontino.
Dunque. In bocca al lupo, Marco!
E ringrazia il buon Dio che ti ha mandato a sgroppar lassù, pensa se fossi rimasto qui, quale sorte ti sarebbe toccata. Delle due l’una: o non avresti mai giocato nel Bitonto, perchè è frusto, ma, spesso, veridico adagio che noi si sia amanti dei pedatori foresti; o avresti visto mestamente sparire la tua società…
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