Andate a vedere “Zellìn e Giuanne arre vindicinganne” e vi sentirete (una volta tanto) fieri d’esser bitontini
Stasera si replica all’Auditorium “De Gennaro”
Nel giardino della Basilica dei Santi Medici, c’è un ulivo innamorato del cielo.
Non è di quelli ritorti e dolenti.
Il tronco, quasi subito, si biforca e pare che abbia due braccia protese verso l’alto.
La corteccia del tronco è ruvida come il pane che cuoce, questa notte, sulla pietra dei nostri forni, nel centro storico.
Le foglioline malinconiche hanno riflessi d’argento tenue e sono rugose come le mani di un vecchio.
La volta non è tutta inchiostro. E’ illune e stellata.
Ha, quest’albero scolpito dal vento, gli occhi di un cieco.
Quelli che nulla vedono, ma tutto afferrano.
I rami sorridono felici.
Ecco il perché. Nell’auditorium "De Gennaro" – legno chiaro e poltroncine rosse –, stanno recitando "Zellìn e Giuanne arre vindicinganne", commedia in due atti e sei quadri. L’ultimo sogno di Michele Muschitiello, aureolato della sensibilità profonda di Gianni Serena.
L’uomo che scrive favole non invecchia mai. Perchè è un bambino che inventa giochi meravigliosi dopo aver traversato tutta la vita. Solo così puoi pensare una storia etica e corale, che racconta veracemente la nostra città. Con amore sconfinato ed ironia vespigna. Come solo Muschitiello sa fare.
Le narratrici (Claudia Napoli e Katia Coviello) sono zia e nipote, con quel che ne consegue. Una sferruzza con gli uncinetti e, intanto, ricama storie (e saranno in rigoroso e secolare dialetto), l’altra è curiosa e fa domande su domande. Vuole capire perchè oggi non è com’era ieri. Perchè la memoria si sta tramutando in me-morìa, in lento, inesorabile smarrimento di usi e tradizioni, di quel che eravamo.
"U frascèir": e tutti – bastava essere vicini di casa, non necessariamente parenti – intorno a quella brace benedetta che ti scaldava l’anima.
"Tagghià r viirm": e accorreva, per esempio, Lucìe la Trzzais (la scorza Luciana Labianca) col braccio destro Chembciòine (una ridente Sabrina Saracino) che segnava il pancino del piccolo ammalato "c r bagniul ‘n cheup", accompagnata dall’estasi breve dei presenti, per curare in maniera tanto improbabile quanto efficace l’improvviso morbo.
"U psciatiur sott au litt", per ogni notturna, madida evenienza.
Il tutto, ammantato d’incanto e bellezza.
Le nozze d’argento di Zelline (Damiana Tuffo, corrosiva popolana) e Giuanne (il solito, pensoso e catturante Carmine De Santis) è solo un mero pretesto – il cartone preparatorio di un testamento da lasciare ai posteri a perenne memento? – per narrare la nostra identità.
Le nonne Crengfèsse (una irresistibile Teresa Noviello) e Dolorate (savia, potente Grazia Murgolo), il nonno Osvaldo (il simpaticamente maldestro Giuseppe Napoli, imperdibili i duetti con la prima delle succitate) sono i numi tutelari della casa, proprio come una volta.
C’è da farsi prestare il pitale quando arriva il medico (Pasquale Chiapperino, perfettamente calato nella parte altera) e le tre donne ne combinano di tutti i colori per assisterlo al capezzale di Osvaldino (mitico il minuscolo Michele Balzano). Che, poi, diverrà grande (e ad interpretarlo è Luca Mercurio, convincente) e sceglierà di condividere la sorte con Dolly (l’intensa e romanesca Graziana Caldarola).
Latore di brutte nuove, il ginecologo (Franco Ragno, severo e misericorde insieme): la ragazza rischia di perdere il bambino. E’ un indimenticabile sospiro che ti solleva, la preghiera di Zelline all’Immacolata.
Nel dolore, piano si dissolvono le scaramucce sul sesso desiderato del nascituro.
L’amico Zuèil (il canuto Michele Demundo, eccezionale) dà una mano decisiva.
Dio provvede, potremmo esclamare.
Il miracolo della nascita è una danza leggera di biancazzurra farfalla (Giulia Orlino).
Gli spettatori hanno pianto ridendo ed hanno riso piangendo.
Chiuso il sipario, lo scriba vostro è andato trafelato a carezzare un ulivo antico.
Poi, rincasando, ha abbracciato chi gli diede la vita.
Grazie di cuore, Michele…
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