“Palloni e palloncini”, calcio e poesia secondo Gianni Spinelli

Mario Sicolo

Atto d’amore per un giornalismo che pian piano va scomparendo?

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La domenica non è solo il giorno del Signore.
E’ pure il dì prediletto dai pedatori.

I padri del cuoio che rotola dicono siano quegli ex pirati degli inglesi.
Siamo lassù, dunque, nella perfida Albione indigesta alla "mascella volitiva".
In campo, allo Stadio della Luce, Sunderland e Liverpool. Se non proprio Davide contro Golia, poco ci manca.

E’ il ventesimo del secondo tempo o giù di lì.
Un bambino, dagli spalti senza barriere di ferro, scaraventa in campo un palloncino rosso.
Darren Bent, punta della squadra di casa, arrabatta un tiro sbilenco.
Reyna, che è il primo portiere degli Stati Uniti, saprà far sua la sfera. Che, invece, incoccia nel palloncino e beffa il goalkeeper dei biancorossi.

I giornalisti, presenti in tribuna, segnano sul sacro tabellino Bent, ma avrebbero dovuto scrivere Spinelli.
Sì, proprio lui, il giornalista barese Gianni Spinelli, che (firmando pezzi per varie testate, dalla Gazzetta del Mezzogiorno al Corriere dello Sport, dal Guerin Sportivo a Rigore, passando per l’Europeo e il Corriere della Sera), con rara sensibilità, ha squadernato il piccolo epos quotidiano del calcio, dove il mito, trasversalmente e democraticamente, investe tutti, spesso sovvertendo le parti. 

Il giorno precedente quel gol che abbiamo descritto, il cronista bracconiere di storie – Arpino Giovanni dixit – ha presentato, presso la Sala degli Specchi del Comune di Bitonto, la sua ultima fatica (ma tante altre scalpitano nella sua anima e non vedono l’ora di venire alla luce): "Palloni e palloncini – Il Bari e altr storie", Sedit Edizioni.
Una fascinosa galleria di volti.
Un intarsio meraviglioso di vite.
Un canto corale d’infiniti ed invsibili palpiti. 
Insomma, il calcio vissuto poeticamente. Tra ironia e nostalgia. Altro che 4-3-3, 4-4-2 e 4-5-1…

In questo volume leggero eppure scavante, ci potrete trovare Mario Gismondi e l’importanza della firma sul giornale. La velina ante litteram Marisa Allasio, figlia di mister Federico, che dagli spalti del "Delle Vittorie" ammaliava (e ammansiva) i tifosi baresi inviperiti. Bruno Bolchi, la prima figurina Panini. L’amnesia atavica di Lauro Toneatto, che non ricordava i nomi dei suoi giocatori. La partita lucana con un tifoso solo tra vento e pioggia. L’incommensurabile Gianni Brera e la sua querelle col critico letterario Geno Pampaloni. L’italiano sempre più malcerto di Zibì "bello di notte" Boniek. Eugenio Fascetti che se la prendeva se il nostro lo definiva il Carmelo Bene della panchina.
E ancora: Mario Fara fuoriclasse con la tendenza alla pinguedine. La solitudine disperata di Oronzo Pugliese.
Persino un drammatico Molfetta-Bitonto del 1969 col talento sconfinato di Franco Chimenti protagonista. 

"Perchè credo che i palloni possano diventare, ogni tanto, palloncini", vespigno sorride Spinelli.
Già, il segreto è tutto lì: cogliere l’attimo fuggente di quella breve, incantata metamorfosi in una pennellata di poesia.
E lo si può fare solo se si ha un cuore puro. Proprio come Gianni Spinelli…   

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