Quasi trent’anni fa, la strage di Bologna. Io la ricordo così…
Una stagione di conflitti e contrapposizioni che travagliò l’Italia. E la necessità di non dimenticare
Luglio stava tramontando sotto le saette fameliche del sole.
Allora, non esisteva l’eurostar. Figurarsi se c’era l’aria condizionata nei vagoni comunque arrugginiti (ma li acquistano già così?) delle Ferrovie dello Stato. Che manco si chiamavano Trenitalia, denominazione ovviamente internettistica.
Il treno fece stridere i suoi freni antichi su quelle lingue metalliche lucenti.
La stazione di Bologna era un dedalo infinito di binari che s’inseguivano e, qualche volta, s’incrociavano. La volta era un ghirigoro di curve ed archi.
Scendemmo dagli scalini tremuli, sommersi dalle valige. Io stringevo tra le mani il mio scrigno di sogni lontani, il libro di Emilio Salgari, sulla copertina liane ed eroi che sorvolavano mari incantati.
Venivamo da Fidenza, eravamo stati a Tabiano terme per le cure rituali antiasma, dovevamo cambiare per Bari.
Papà mi disse di tenere d’occhio l’orologio, alle 10.30 doveva giungere la coincidenza.
Soltanto due giorni dopo, proprio lì, in quella stazione, ci sarebbe stato l’inferno.
Non dimenticate mai, lettori, soprattutto quelli più giovani, questa data: 2 agosto 1980. Una bomba sterminatrice esplode nella sala d’aspetto della seconda classe, la più affollata: 85 morti e 200 feriti.
Una strage, che noi oggi non potremmo spiegarci.
La notizia sibilò come una lama di dolore dalla radiolina rossa che campeggiava sulla mensola della cucina: il giornalista del gierre pareva volesse piangere. Intorno alla tavola ci guardammo negli occhi, il cuore si strinse, mamma e papà ci carezzarono con li occhi.
Erano anni durissimi, quelli. La protesta studentesca ed operaia, montata sul finire degli anni Sessanta, aveva alzato il tiro e s’andava predisponendo secondo quello schema manicheo, che voleva, da un lato, il terrorismo rosso e, dall’altro, lo stragismo nero. Una rigida suddivisione che, solo qualche anno fa, persino il gran cerimoniere di Repubblica Eugenio Scalfari definì “di comodità”.
Il Tribunale del popolo (tronfia fregatura onomastica), due anni prima, aveva giustiziato il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Chiunque non stringesse la mano in un pugno era fascista, ergo, era “il primo della lista”. Invece, lo slogan prediletto dagli altri era “comunista di sera, sprangarlo si spera”.
Insomma, lo Stivale reiterava i suoi odiosi campanili, trincea contro trincea, dalla Resistenza e Salò in poi.
Venivano rapiti professionisti d’ogni sorta, gambizzati e uccisi innumerevoli innocenti solo perché incarnavano una istituzione.
La P38 era il simbolo di questa cieca follia omicida. Ovunque ci fosse un assembramento di persone, vi pendeva sopra il pericolo serissimo di un’esplosione che spegnesse la vita dei malcapitati. E i parenti delle vittime, spesso, sono stati abbandonati in una struggente, incomprensibile solitudine.
Ancora. Giovani idealisti (?) perdevano la vita per strada o nei casolari di campagna che pomposamente venivano definiti campi di battaglia – altra fregatura delle parole che devono nascondere una menzogna.
I più furbi senza distinzioni cromatiche restavano uccelli di bosco e si assicuravano un futuro nelle università e nelle redazioni dei giornali, quando andava peggio. O, meglio: diventavano scrittori di successo in terre straniere pronte ad accoglierli, magari con la neppur tanto tacita copertura dei servizi segreti. Cioè disservizi più o meno segreti.
La verità è che al mondo non c’è un Paese più straziato dai misteri dell’Italia. Piazza Fontana, Ustica, Piazza della Loggia, Capaci, il “volo” dell’anarchico Pinelli e l’omicidio Calabresi (pazzia pantoclastica metterli in relazione, eppure uno stuolo d’intellettuali firmò un documento, che, indirettamente e in pratica, sancì la fine del commissario). Una democrazia non dovrebbe esigere eroi. E, invece, ne abbiamo a bizzeffe.
Solitari. Coraggiosissimi. Sempre martiri.
Con un’unica cerezza: mai che si sia fatta definitiva chiarezza sui casi più oscuri.
Il primo grado, nell’88, decretò l’ergastolo per Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, responsabili d’aver portato la bomba), Massimiliano Fachini (era suo l’esplosivo) e Sergio Picciafuoco, il basista.
L’appello, due anni dopo, mandò assolti tutti. Il nuovo processo ribadì gli ergastoli per tutti, tranne che per chini. La cassazione, infine, nel ’95, ha confermato le sentenze per gli esecutori materiali Mambro e Fioravanti. Quest’ultimo, frattanto, ventisei anni di carcere se li è fatti. E, oggi, torna in libertà.
I fischi di ieri al rappresentante del governo ci dicono che, forse, quella stagione non è ancora del tutto finita.
Perché la verità non è mai venuta a galla.
E finché di essa se ne farà un uso politico strumentalizzante non ci sarà futuro per la nostra nazione…
Commenti
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Fioravanti non molto tempo fa venne definito dalle alte sfere del Dipartimento della giustizia un detenuto modello!!







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