Il mito di Marlene Dietrich rivive grazie a Pamela Villoresi
Intensa e impeccabile.
Nonostanze un piccolo imprevisto in scena (un pannello fissato male ha incominciato a “camminare” sul palcoscenico), l’interpretazione di Pamela Villoresi che nello spettacolo “Marlene”, rappresentato al teatro “Traetta” di Bitonto, ha regalato al pubblico presente in sala uno spaccato della vita tormentata e avventurosa dell’attrice tedesca Marlene Dietrich.
A farle da cornice ci sono stati Orso Maria Guerrini, nei panni di Josef von Sternberg, amante e regista di molti film interpretati dalla Dietrich, Silvia Budri, che ha interpretato Kater prima e unica figlia dell’attrice, Cristina Sebastianelli, che ha interpretato la l’amante (Tami) incompresa di Rudolf Sieber, marito dell’attrice, e David Sebasti che ha impersonato Burt Bacharach, musicista ancora semisconosciuto nonchè giovane agognato dalla Dietrich.
Lo spettacolo in tre tempi (scanditi da due atti), di Maurizio Panici, spiega una parte della sensazionale vita dell’attrice, nata in Germania e resa nota al vasto pubblico grazie al film “L’Angelo Azzurro” di Josef von Sternberg.
Il primo tempo è ambientato a Londra nel 1954, in un turbinio di paure e fremento Kater e Tami preparano tutto per lo spettacolo che vuole riscattare la Dietrich dall’abbandono di Hollywood. È proprio in questo primo momento che l’attrice rivive, ripensando ai momenti passati con Joe (Josef vin Sternberg per l’appunto) il provino erotico e sensuale che la decretò protagonista del film più importante della sua vita.
Nel secondo tempo, Pamela Villoresi rappresenta una Dietrich, amareggiata per l’accoglienza che Berlino le riserva dopo la guerra il rapporto con la Germania fu quasi sempre negativo. Marlene non perdonava alla sua patria d’origine l’aver accettato il regime nazista e, anche se, Goebbels e Hitler avrebbero voluto che diventasse la star del nazismo, lei rifiutò sempre ogni proposta, in quanto alcuni suoi antenati furono ebrei.
A causa di questo rifiuto, anni dopo la fine della seconda guerra mondiale fu accolta con evidente astio dai tedeschi che la ritennero "traditrice" della patria. In particolare, l’attrice tornò in Germania durante una grande tournée in giro per il mondo e precisamente nel 1960. In questo contesto e nello spettacolo, si districa la vicenda amorosa e tormentata tra, Marlene e Burt Bacharach, musicista al quale l’attrice deve gran parte dei suoi nuovi arrangiamenti.
Nell’ultimo atto emerge, invece, il lato umano della donna, le sue contraddizioni, le conseguenze dei suoi errori. Qui si svolge il confronto con la figlia Kater, dimesso personaggio all’ombra di una madre così importante, la cui vita, per l’appunto è stata sempre condizionata dal successo e dall’insuccesso dell’attrice. Qui, come spesso accade in Shakespeare, i fantasmi appaiono Joe, Tami, Burt, le rievocano alcuni momenti ormai passati e conclusisi.
Nel testo di Giuseppe Manfridi prosegue la grande tradizione nordica di Bergman e soprattutto Strindberg, in quanto lo spettacolo si conclude con la rievocazione, come in una sorta di danza della morte, delle figure più importanti nella vita dell’attrice prima dell’ennesima apparizione in pubblico, di una donna ormai al declino.
Fra le più belle icone del mondo cinematografico e teatrale del Novecento, la Dietrich fu un vera e propria diva, lasciando un’impronta immortale attraverso le sue immagini, l’interpretazione delle canzoni (arricchite da una ammaliante e sensuale voce) e la sua recitazione. Un mix raramente ripetuto dopo di lei è sufficiente a farla entrare nella leggenda come modello di "femme fatale" per antonomasia.
Lo spettacolo, arricchito dalle musiche originali di Luciano Vovolo e le canzoni di Frederick Hollander, Lew Brown/Rey Henderson, Norbert Schultze; dai costumi di Lucia Mariani e dalle scene di Andrea Taddei, fa riemergere la figura di una donna impregnata dalla sua voglia di far spettacolo, che, a tutti i costi e forse inconsapevolmente e inconsciamente, modella il mondo a sua immagine e somiglianza per consegnarsi totalmente al mito.
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