Una luce per il cavaliere Umberto Acquafredda
No, non lo si vedeva mai a cavallo del caval spuntare col suo azzurro manto all’orizzonte per risolvere salvifico disperate situazioni. Né, tantomeno, mai lo si scorgeva, giacca cravatta cellulare capelli trapiantati e tinti e ventiquattrore colma di niente, assiso in una politica assemblea (se comunale, provinciale, regionale o parlamentare scegliete voi, fa lo stesso) a decidere delle umane sorti e progressive.
No, niente di tutto questo. Piuttosto vi poteva capitare di osservarlo al mattino fare la sua via crucis dei bar e schiudere la sua giornata con una birra, e pure d’inverno il suo abbigliamento era una giacca leggera ed una maglietta ancor più sottile, con le maniche arrotolate all’in su.
Ohibò, non è proprio l’iconografia fiabesca che v’aspettavate, ma lui era un Cavaliere vero. Magari strambo, ma vero. E per questo fuori dal tempo. Lo conoscevano quasi tutti a Bitonto, Umberto Acquafredda.
Spesso, i ragazzi lo attorniavano stolti per dargli la baia.
Gli organi d’informazione s’occupavano di lui solo quando serviva, per il resto era una gara ad evitarlo. I politici, che gli uomini misurano col bilancino elettorale, erano costretti ad accorgersi di lui perché era Umberto che li tampinava, si faceva sentire, li metteva di fronte alle loro responsabilità. E li chiamava sempre in causa quando si trattava di risolvere i problemi dei disabili.
Lui, che dalla vita si può dire avesse avuto molto meno di quanto essa stessa gli avesse tolto, si batteva pugnace proprio per i meno fortunati. “Oh, sì, – esclamerete tutti – battaglia nobile, ma che non dà ricchezza”. Perfetto. Ma, intanto, gli scivoli agli angoli dei marciapiedi (che, purtroppo usano soltanto i rabidi scooter, violandone così la funzione fondamentale: tirare fuori dal ghetto delle loro case i portatori di handicap), le pedane per salire alla Posta Centrale e in diverse scuole, l’ascensore al Comune e addirittura a Monte Sant’Angelo: se sono spuntati era anche grazie alla sua incessante opera.
Chissà, poi, quante risate si saranno fatte le persone a vederlo incatenato dinanzi all’Ospedale in perenne minaccia di chiusura…
Ma lui l’ha fatto. Altro che le fluviali chiacchiere dei politici nostrani.
Umberto apparteneva solo a sé stesso e ai suoi disabili.
Oggi, che non c’è più, loro si sentono più soli.
E, ora, in quell’angolo remoto di cimitero, la sua marmorea lapide non ha il conforto d’una lucetta purchessia.
Che strano destino per lui che ha dato “la luce” a tanti ragazzi meno fortunati di noi…
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