Si doveva continuare a resistere? 2° parte

La Rdazione
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Il generale Dalla Chiesa, abbandonato da coloro che lo avevano mandato a Palermo, come prefetto, fu barbaramente trucidato insieme alla moglie da sicari mafiosi. In realtà con il loro enorme fatturato proveniente dalle loro delinquenziali attività, poiché il continuo flusso di denaro non possono custodirlo sotto i mattoni, le famiglie mafiose sono costrette a depositarlo nelle banche che, a loro volta, finanziano la crescita di industrie nelle quali hanno non insignificanti partecipazioni le famiglie, di cui sopra, spesso in grado di controllare le tornate elettorali locali e nazionali, finanziando le campagne elettorali dei loro candidati di fiducia. Così gli interessi dello Stato coincidono con gli interessi delle famiglie mafiose, come ciò che va bene alle famiglie egemoni del Nord, in particolare ai proprietari della Fiat, siccome ebbe spocchiosamente a dire Gianni Agnelli, va bene allo Stato.

Allora vano il sangue versato da tanti giovani per resistere al nazifascismo? Luciano Canfora risponde: ” Credo di no. La storia procede a spirale. Dà l’impressione di tornare in dietro anche quando, faticosamente, procede…Che non vuol dire necessariamente progresso”. Sì, procede nel fiume di sangue degli ingenui e degli innocenti, per ripresentare i medesimi fantasmi sotto mentite spoglie!

Pensiamo, infatti, alla vicenda attualissima di Verre, proconsole di Roma in Sicilia, narrata da Cicerone nelle “Verrine”. Ebbene, siffatto grassatore con metodi mafiosi si vantava di rubare, di rapinare denaro ai siciliani, prima di tutto per sé e poi per finanziare la salute politica della combriccola dei suoi romani protettori. Ancora, secondo l’ ISTAT è nelle mani del 10% dei soliti noti italiettini la ricchezza del paese; quindi, vi è una forte disuguaglianza nella distribuzione del reddito; l’Italietta, repubblica fondata sul lavoro, ha sei milioni e cinquecentomila di senza lavoro.

Da parte di coloro che si comportano come i padroni delle ferriere di fine ottocento non vi sono remore, preoccupazioni di compatibilità ambientale delle loro inquinanti produzioni industriali: l’ILVA di Taranto produce il 92% della diossina che si produce in tutto lo stivale; la corruzione nella istituzioni, che alcuni s’illudevano fosse stata stroncata dopo tangentopoli, è esplosa, qual malattia endemica dei consoli e dei proconsoli italiettini, dalla bocca del Vesuvio e del Vulture.

Secondo il p.m. del tribunale di Potenza Woodcock è stato permesso di svendere le ricchezze e le terre della Basilicata per l’arricchimento di pochi. Ahi, governatore De Filippo, che conoscemmo a Noi devoto studente (se dobbiamo credere a una sua dedica per Noi da lui apposta a un suo bruttissimo libro di poesie, scritto a quattro mani con il povero Carmine Gioia) nel liceo scientifico di Sant’Arcangelo (PZ), lei non deve penalmente rispondere di non essersi adeguatamente informato di ciò che nel suo cortile avveniva, ma politicamente della oscena maestosità della basilisca corruzione.

Dice Salvatore Natoli: ”I cattivi governi spesso sono frutto di società degradate ed è evidente che i governanti tendano a conservare e perfino a legittimare il degrado che li produce”. Dove il degrado? Nei condòmini di esse ridotti all’unica dimensione di clienti, per parafrasare Marco D’Eramo, delle ferrovie, degli ospedali (riuniti non in Unità ma in Aziende sanitarie), di istituti scolastici, delle università, degli spettacoli teatrali. Al degrado i condòmini italiettini avrebbero potuto resistere impegnandosi ad innalzare il livello medio delle loro conoscenze, della loro cultura, usando la Scuola non per estorcerle diplomi, ma per acquisire la capacità di sapersi dare regole, di organizzare la propria vita, di rimuovere gli ostacoli materiali, sociali e di qualunque altro genere, non di rado, da coloro che il potere detengono, frapposti al loro responsabile realizzarsi come Cittadini, consapevoli Elettori attivi e passivi nelle istituzioni democratiche, con competenza controllate nell’onesto, rigoroso espletamento delle loro complesse funzioni, attività al servizio della Comunità.

Una Scuola dove, a scorno dei sinistri sessantottini e post, uguaglianza non significhi ”prodotto avariato per tutti e a prezzi facili”, per citare ancora Luciano Canfora, ma Criticismo, Disponibilità alla Riflessione, Raffinatezza, Resistenza alle sirene del successo mediatico attraverso le più meschine scorciatoie; una Scuola non produttrice di veline e calciatori ma solo di Uomini che mettono la loro Scienza, Conoscenza a disposizione della Felicità del Prossimo, non delle mene guerrafondaie di potenze imperialistiche e, se conquistano con le loro ricerche il Nobel per la Medicina, non accettano che esso sia pilotato, favorito, sollecitato dalle pressioni e dalle donazioni alla giuria da parte di qualche multinazionale farmaceutica.

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