Si doveva continuare a resistere? (1° parte)
Mitragliati Mussolini e i suoi gerarchi era, forse, finito il compito della Resistenza?
Il popolo italiettino si era liberato di Mussolini ma si era, forse, liberato dei suoi fantasmi, di cui ci parla Alberto Arbasino nel suo memorabile, spassosissimo “Fantasmi Italiani”? Ossia, dei suoi don Abbondio, don Rodrigo, dei suoi padri Cristoforo, dei suoi cardinali Federico Borromeo, dei suoi Azzecca-Garbugli, dei suoi don Ferrante e donna Prassede, dei suoi conti zii, dei suoi Innominati e Monache di Monza, dei suoi Renzo e Lucia; insomma, di tutti quei personaggi, immortalati da Manzoni, portatori degli annosi vizi e delle poche italichette virtù?
Ciascun personaggio ancora in azione, purtroppo, incarna un anello di quella catena perversa di relazioni, fatta di viltà, di omissioni di opere, di parole, di capricci padronali (come li definisce A. Sofri), di sussidiarietà clericale, là dove manca uno Stato autorevole capace di ristabilire l’autorità della Legge, di intellettualume organico a una cricca di predoni, di tronfio culturame ammuffito, stantio, di nepotismo, di incredibili inciuci tra istituzioni religiose e malaffare politico- mafioso (ad es. Sindona, Calvi, la banda della Magliana e un istituto di opere religiose), di istintiva, irrazionale, rassegnata acquiescenza della plebe alla morale dal potere elaborata per controllarla e sottometterla.
Essere italica plebe è un destino ad essere della Storia succuba e mai un compito ad essere di Essa protagonista!
Il regime fascista fu figlio o prodotto o conseguenza dell’esasperato individualismo italico, di ascendenza romana, che antepone l’interesse del singolo e del clan familistico di appartenenza agli interessi generali della Comunità. Individualismo come sovrastruttura della società italiettina rappresentata, secondo Moravia, da una federazione di famiglie ( le gentes di romana memoria, altro fantasma che perentoriamente si ripresenta nel corso dei secoli e degli anni), spesso in lotta fra loro, ma capaci di far fronte comune ove ritengano che situazioni politiche, economiche, sociali impreviste e incontrollabili possano mettere in crisi la loro autocratica egemonia e i loro privilegi.
Eppure, Aristotele aveva scritto: ” Tutti converranno che il bene supremo -la felicità- è oggetto della politica…Il bene, infatti, è amabile nella dimensione dell’individuo singolo, ma è più bello e più divino quando concerne un popolo o delle città”. Ne consegue, scrive Salvatore Natoli, che ” il bene supremo di cui parlava Aristotele risiede effettivamente nei beni di relazione, che non si risolvono semplicemente nello stare bene insieme, ma piuttosto nel divenire gli uni un bene per gli altri, secondo la grande sentenza di Spinoza: homo homini deus”.
Per raggiungere questa condizione di totale esteriorizzazione verso gli altri, J. Stuart Mill decisamente affermava: ”Il bene altrui diventa per noi qualcosa cui naturalmente e necessariamente dobbiamo badare, proprio come a qualsiasi altra condizione fisica della nostra esistenza”. Allora, come, quando, perché Mussolini e il suo regime? Tra la fine di agosto e la prima decade di settembre del 1920 a Torino gli operai danno l’avvio alla occupazione delle fabbriche e, quasi contemporaneamente, i contadini, i salariati, i braccianti, i cafoni del sud occupano le terre incolte dei grandi agrari e latifondisti. Offesa dal temporeggiare di Giolitti che non ritenne di stroncare le occupazioni nel sangue, facendo intervenire l’esercito e le forze di polizia, in quanto riteneva che siffatte aggressioni alla ”sacralità” della proprietà privata dovessero e potessero risolversi per sfinimento degli occupanti (come in realtà avvenne), scattò l’operatività del patto agrario-industriale, da Gramsci denunciato, stilato all’alba dell’Unità d’Italia, la federazione delle famiglie agrarie e industriali individuò in Mussolini “l’uomo della Provvidenza” in grado di lavare in nome e per conto loro l’onta delle occupazioni delle fabbriche e dei latifondi da parte degli operai e dei contadini.
Abolite le peregrine guarentigie costituzionali dello Statuto Albertino, rese folcloriche le attività parlamentari, messa la museruola alla stampa, il maestro di Predappio spadroneggiò in Italia per venti anni da Palazzo Venezia. Quando non servì più, quando indifendibile fu il suo operato per aver coinvolto l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale accanto alla Germania nazista, per gli eclatanti errori di strategia militare, il Duce fu rimosso nella seduta del Gran Consiglio del 25 luglio del 1943. Eminenza grigia di tutta l’operazione fu Dino Grandi ( fiduciario, non a caso, delle famiglie agrarie della Valle Padana e del ferrarese) che elaborò un Ordine del Giorno di sfiducia nei confronti di Mussolini, votato, poi, dalla Maggioranza dei componenti il Gran Consiglio.
In ogni caso, il fascismo fu il prodotto storico inevitabile del liberismo economico adottato dalle classi egemoni di paesi come l’Italia, la Germania, la Spagna, il Portogallo, il Giappone che, quando non poterono o non vollero soddisfare le richieste di maggiore giustizia sociale provenienti dalle classi meno abbienti, abolirono le istituzioni della democrazia formale, i correlati diritti, e si trasformarono, per un certo tempo, in dittature. Salvo, poi, come in Italia avvenne, a far riprendere alla democrazia la sua frenetica giostra di annuali elezioni, di sedute parlamentari, di giornali (gli editori dei più importanti, come il Corriere della Sera e la Stampa, erano i rappresentanti di famiglie dell’alta borghesia industriale milanese e torinese che con le loro linee editoriali avevano creato il consenso popolare nei riguardi dell’inquilino di Palazzo Venezia) quasi liberi di criticare i potenti e i prepotenti di turno che, per la maggior parte, avevano fatto la gavetta al servizio di Mussolini e che, con armi e bagagli, erano confluiti nella sturziana e degasperiana Democrazia Cristiana.
Inoltre, in Campania, in Calabria, in Sicilia continuarono e continuano ad operare famiglie, dette di rispetto, il cui sanguinario, criminale malaffare ufficialmente veniva e viene combattuto. Si pensi alla vicenda di Cesare Mori, prefetto di ferro a Palermo dal 1925 al 1927, che nella lotta alla piccola manovalanza mafiosa applicò metodi di particolare durezza ma, quando stava per colpire gli affiliati di prestigio alla mafia, infiltrati nelle istituzioni regionali della Sicilia e centrali dello Stato, nella magistratura, nelle forze di polizia, fu misteriosamente rimosso dal suo prestigioso incarico.
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