Mai “Lontano da ieri”

Mario Sicolo
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La vita di un poeta, che sia stato autentico, è un grande mosaico.
Ogni persona che lo abbia amato ci ha posato, più inconsciamente che consciamente, una sua tessera. Lui, il poeta, non ha fatto altro che metterle tutte quante insieme e ricamare versi secondo un’intima armonia.
Prendiamo, per esempio, l’ultima raccolta di Primo Leone, “Lontano da ieri”. Il Caso ha fatto sì che la silloge divenisse un testamento spirituale, dal momento che l’iniqua morte se l’è portato via acerbamente.

Comunque. “Ieri” è solo un “filo di lana”, che ci avvolge sin dal primo vagito in un bozzolo materno. E la nostra esistenza è un dolceamaro inseguire la metamorfosi in farfalla. Che avrà volo breve, certo, ma più di tutti saprà l’ebbrezza dell’azzurro. E scoprirà che i giorni sono solo il riassunto della danza di una vocale: da “destino segnato” a “destino sognato”. Sembra un nonnulla e, invece, è tutto.
Perché “questo cuore è un re senza regno/ alla ricerca di un’identità/ che salvi almeno le apparenze…/ è un circo di periferia questo cuore/ dove i clown sono fantasmi/ con la faccia bianca e gli occhi chiusi/ in bilico su impossibili trapezi”.
Già, l’interrogarsi costante ci pone di fronte ad uno specchio, dinanzi al quale il rischio è riconoscervi “un estraneo”. E non inganni il dettato semplice delle sue liriche, poiché il mistero di chi sogna in versi è coniugare le parole in maniera meravigliosa fra loro.

Così, obbligo è fuggire “le stereotipie del cuore”, ironicamente prese in giro da Leone. Che si sente, in questo mondo, “girovago di ciò che diventai/ prima che le strade/ mi stringessero d’assedio”.
E “le strade tortuose intricate difficili” sono il simbolo del nostro transito quaggiù, sì che l’universo vissuto diventa un paesaggio dell’anima, modellato a seconda del profondo sentire. Non mari e colline si stagliano sullo sfondo, ma parole stillate direttamente dalla psiche, che si fanno bambina confessione alla pagina bianca: “Non amo l’indecenza/ delle ipocrisie/ delle ipocrisie del cuore/ l’innocenza presunta/ il candore dichiarato/ la follia delle passioni simulate”.
Dunque, maschere zero, solo verità.

La creazione qui si ferma. Pare si fermi. Perché, poi, arriva col suo sorriso d’aurora Raffaella, che promette “l’immortalità del ricordare, azione che non ammette l’imperfetto”. La segue Ombretta con le sue lievi, chiaroscurali creazioni, che sanno d’inquieta rugiada. Lì, accanto, c’è Daniela che ripensa a Gabriel Garcia Marquez e fiera ammette: “i tuoi sogni, papà, appena scoperti, sono le ali del mio domani”. Con passo deciso, Giuliano va incontro al padre: “Oggi più che mai ho bisogno di te, avrò il tuo sguardo e avrò i tuoi occhi e sarò bello, sarò forte e camminerò come n uomo, nessuno potrà più farmi del male”. L’amico Chris scioglie un canto pieno di malinconia, “perché Primo è ora tra i Primi/ e ormai nulla può più giovare/ per chi ha cuore d’amare”. La soave Lina vede oggi la strada farsi più chiara “perché dolce/ fosse la certezza del mio raggiungerti là/ dove tacciono i rumori del giorno/ assordati dal canto della Luce”.

Ognuno, come avete capito, cari lettori, ha portato, quasi fiore sopra lucente lapide, la sua tessera da inserire nel corale mosaico. Che, non c’è dubbio, visto da lontano, ha forma di cuore. A darne veste di libro ci ha pensato Peppino, il genero, insuperabile artigiano…

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