Rapina di Andria: Antò, ma che hai combinato?

Mario Sicolo
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Questa è una storia che fa rabbia. Tanta.

Già, perché, alla fine, la retorica dei cronisti è sempre la stessa e magari vengono fuori pezzi tutti uguali, uno il clone dell’altro. “Ha messo a segno un colpo da 11 mila euro”. “Intercettato, finisce in carcere”. “Trentottenne di Bitonto, vecchia conoscenza delle forze dell’ordine”.

Tutto come sempre. Come ogni giorno. Tra un comunicato stampa dei carabinieri ed un testo della polizia si dipana la vita di chi scrive di cronaca nera.

E, invece, stavolta urge fermarsi un po’. E raccontare.

Che ne sanno, non diciamo gli uomini dell’Arma, che avevano da fare (egregiamente) il loro dovere, ma i giornalisti della vita di Antonio Segreto?

L’uomo che ieri l’altro aveva provato con un taglierino a fare il colpo grosso nella banca di Andria e, poi, s’è messo a correre per le strade della città affannosamente, perdendo maldestramente parte del bottino. Chiudendosi in chissà quale toilette di fortuna per cambiarsi gli abiti, improvvisato e pasticcione fregoli. Poi, la fuga altrettanto bislacca lungo i binari della stazione, inseguito dai carabinieri e, addirittura, da un cliente della banca. Scene da film di Totò e Aldo Fabrizi…

Antonio, il nome. Il cognome, il segno di un destino: Segreto. Il suo mistero. Chi può mai sapere cosa sarà quel velo di malinconia che adombra il suo sorriso e i suoi occhi. Una vita sempre a rincorrere la verità del cuore. L’avevo visto uno di questi giorni, di sera, la pelle cotta dal sole, un’improbabile cresta bionda, un saluto sfuggente. Era l’ectoplasma di sé stesso.

Antonio che inventava storie con i soldatini e si divertiva come fanno tutti i bambini. A scuola, il migliore. O quasi. Elementari e medie, sempre a studiare o, al massimo, a giocare con gli amici. Perfino il liceo scientifico. E, insieme, nascosta, dolorosamente carsica, tutta la bufera che sbatte violenta la povera vela dell’anima. La mamma volata in cielo troppo presto. Un papà che s’impegna per fare pure da madre. La nonna, amorevole più di tante altre. Gli zii che gli sono accanto finché possono. Finché la vita non li chiama ad altre prove ed anche loro devono badare a faccende altre. Arriva, per giunta, anche l’ultimo giorno terreno del padre.

Antonio è una zattera che naufraga in un oceano di solitudine. Ma nessuno lo deve sapere. Sospettare. Capire, soprattutto. L’orgoglio lo fa granitico nel deserto interiore. Ma che senso ha?

La malavita è lì, pronta a fagocitarlo. La droga lo fa suo, immediatamente. Spesso, l’uso degli stupefacenti ti illude di poter dimenticare le tristezze che l’esistenza ti ha donato in gran copia. E, nel frattempo, ti scava dentro un baratro incolmabile. È finita. Sarà tutto inutile quello che persone dal cuore buono si sforzeranno di fare per lui. A quel punto, vedi la vita andare precipitosamente a rotoli e senti tutto il mondo acerrimo nemico. Di cambiare non se ne parla nemmeno. Si può immaginare già l’epilogo: dopo essere rimbalzato da una cella all’altra, una disavventura più sfortunata di altre lo condannerà per sempre.
Chi ci segue, sa che siamo per la giustizia. In ogni occasione. Anche questa volta, ci mancherebbe. I delinquenti per noi hanno sempre torto e devono pagare per le nefandezze compiute.

Però, narrare la vita di Antonio era per noi un dovere morale, prim’ancora che professionale.

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Commenti

  • COSP (utente non verificato)

    Antonio è sempre stato un burlone, le ragazze si mettevano in fila per un suo sorriso, sempre pronto alla battuta allo scherzo e un discreto calciatore alla sanza, le rapine propio no non ce lo vedo.