Dall’Argentina con amore
Bitonto è una dolce malattia. Quando vivi ogni giorno per vicoli, piazzette e strade principali un po’ti indigni. Il contatto quotidiano con arroganze di vario genere muove prima a sommessa rabbia poi a vere e proprie esplosioni d’ira. E allora ti trovi in un paese di m…, senza sbocchi lavorativi, se non per i soliti spintonati, con gente di m…, violenta, omertosa e pronta a farti guerra così, per una particolare invidia (perché lui sì e io no?). Le cronache che sovente registriamo, infatti, sono testimonianza di certe cose che dovrebbero essere corrette.
Sennonché, basta allontanarsi dall’odiato borgo natio, mettiamo per lavoro, che subito nel sangue ci viene a galla una fortissima nostalgia. Per reazione, quindi, parliamo in dialetto, guardiamo in dialetto, bestemmiamo, perché no?, in dialetto. Ci sentiamo irrimediabilmente cozzali. È datato 20 luglio l’intervento di Gustavo Rucci, nipote di Oronzo che nel lontano ’23 abbandonò terra e famiglia alla volta di Buenos Aires, Argentina, sul giornale di cultura e approfondimento “L’italoeuropeo”.
L’erede dell’emigrante bitontino ricorda, con qualche comprensibile errore d’ortografia, quando il nonno gli raccontava a mo’di bella favola il caro paese lasciato. E mentre il sole rosseggiava tra le case, in un tramonto sudamericano, negli occhi di Oronzo brillavano la Cattedrale e il Torrione angioino. In omaggio a quei momenti indimenticabili Gustavo canta il suo amore per Bitonto descrivendo i suddetti monumenti.
Una descrizione in verità un tantinello tecnica (forse presa da qualche guida internautica), ma quel che conta sono i sentimenti. E fa niente se oggi il Torrione è un vallone per suicidi in attesa di inaugurazione (chi si affaccia da quei parapetti per simpatici gnomi rischia di precipitare nel vuoto) e la Cattedrale ha dovuto subire non pochi inconvenienti per via degli scavi, a Gustavo il pensiero volerà sempre a quei pomeriggi e a quei racconti. Nel rosso di un tramonto. Negli occhi del nonno.
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