E il “bonus bebè” che fine ha fatto?

Mario Sicolo
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La politica ti assilla sin dalla nascita. Non fai a tempo ad emettere i primi vagiti che codesti illusionisti della presa in giro sono già addosso. Tra una poppata e l’altra, pure il bimbo entra nelle spire della loro demagogia. Così, cavallo di battaglia delle ultime elezioni è divenuto il cosiddetto “bonus bebè”, altrimenti detto “prima dote per le famiglie indigenti”.

Sentiamo cosa affermava, con parole giustamente fiere, l’assessore alla solidarietà sociale Elena Gentile, subito dopo che la Regione Puglia le aveva approvato la proposta relativa: “Per un anno le famiglie pugliesi potranno percepire fino a 200 euro mensili per i bambini entro i 36 mesi di vita. L’obiettivo è favorire la conciliazione tra i tempi di vita e crescita dei figli e tempi di lavoro”. L’Ente finanziava con 5 milioni di euro la prima dote dei nuovi nati fino a 36 mesi di vita. Quando si dice nascere con la camicia…
Continuava il documento della Regione: “All’interno della riforma del welfare pugliese, che è oramai completata con l’approvazione del regolamento attuativo della legge regionale 19 del 2006, è stata prevista una dotazione finanziaria fino a 200 euro mensili, per un totale di 2.400 euro annui per tutte le famiglie con un ISEE (indicatore della situazione economica equivalente) fino a 30.000 euro lordi annui, con neonati a carico”.

Insomma, una cosa grossa. Ancora la Gentile a rassicurare le coppiette che avevano intenzione di cominciare a fare a meno dei contraccettivi: “Non si tratta di un contributo economico una tantum, come nel caso del bonus bebè nazionale, ma, da una parte di un sostegno concreto alla maternità e alla paternità, in nuclei familiari particolarmente giovani, dall’altra di un incremento dell’offerta di servizi alla prima infanzia autorizzati nel territorio di riferimento, alle cui rette la prima dote può offrire un concorso significativo”.

Dovevano essere privilegiati le ragazze madri e i nuclei familiari con più figli. I contributi sarebbero stati assegnati agli ambiti territoriali aderenti ai distretti socio-sanitari e avrebbero dovuto tener conto delle condizioni economiche del nucleo familiare, della condizione lavorativa dei genitori. Il riparto dei 5 milioni di euro sul territorio regionale per l’assegnazione delle quote a ciascun ambito era stato stabilito sulla base della popolazione residente in ciascun ambito, sulla base della popolazione minorile (0-17 anni) e sulla base dei nuclei familiari residenti nell’Ambito Territoriale. Toccava agli Uffici di Piano, poi, emanare un bando per la selezione degli aventi diritto e la composizione di una graduatoria di ambito. L’intervento aveva carattere sperimentale, doveva durare un anno – e siamo alla scadenza della sperimentazione, dunque – e si configurava nell’ambito degli interventi previsti per l’incremento dei servizi per l’infanzia in ambito regionale.

Manco a dirlo, subito scattarono le domande dalle fmiglie bitontine. Imainiamo saranno grandinate presso gli uffici competenti. A tutt’oggi, però, sghei nisba.
Bè (che non è semplificazione al 50% di bebè, lungi da noi la volontà di decurtare pure il titolo ai piccoli), molti neonati sperano di ricevere codesto provvidenziale aiuto economico almeno per organizzarsi in tutta tranquillità la festa della prima comunione…

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Commenti

  • vuenne (utente non verificato)

    chiacchere del governo Vendola…io almeno i 1000 euro stanziati dal vecchio governo BERLUSCONI li ho ricevuti…tutto il resto e’noia!!!