Il fine giustifica i mezzi. Ma qual è il fine?

Mario Sicolo
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Che tristezza…

Seguiamo – con interesse altalenante, lo ammettiamo –, i lavori del consiglio comunale dalla fine degli anni Ottanta, quelli della diretta radiofonica, per intenderci. La bufera di Mani Pulite doveva ancora abbattersi sullo Stivale tricolore e si viveva immersi in un molto apparente benessere. Noi studenti liceali speravamo sempre che le sedute s’inoltrassero nelle tenebre della notte, in questo incontrando, senza che lo sapessimo, l’accordo di tutti i consiglieri, i quali, varcando la mezzanotte, non perdevano la scarpetta come Cenerentola, bensì raddoppiavano l’incantesimo, ovverosia il gettone di presenza. Lo speravamo perchè rimanesse inchiodato agli scranni della Sala degli Specchi il più a lungo possibile il nostro (grande) prof di latino e greco, Nicola Pice, della Democrazia Cristiana, impegnato in duelli incandescenti dall’alto valore dialettico e politico con l’avversario e collega – in quanto prof – Pinuccio Rossiello, Partito Comunista Italiano.

Ebbene sì, ragazzi che ci seguite: il primo era già assessore, ma lontano dall’esser sindaco con l’appoggio di Rossiello; il secondo era fiero oppositore, lungi dal divenire onorevole (e, qui, Cettino Trotta, ovviamente, ci bacchetterebbe: “Deputato, non onorevole”) con Pice accanto. Sembra siano milioni di anni fa…

Cos’è mai successo, nel frattempo?

È presto detto. Il giustizialismo dipietrista ha cambiato il volto della politica e la rivoluzione non è stata incruenta, come una certa pubblicistica spaccia, basti pensare a tutti i suicidi che si sono contati in quegli anni o alle vite socialmente distrutte.

Comunque, da quei giorni ne sono successe di tutti i colori: commissariamenti, assisi concluse all’alba, ricatti vari e provvedimenti inspiegabili, veti incrociati e franchi tiratori. Balletti di consiglieri da una parte all’altra dell’emiciclo e numeri esorbitanti di assessori per una consiliatura. Anche cose buone, ci mancherebbe.

Insomma, ne abbiamo viste tante. Persino un’opposizione inesistente per anni, gli ultimi in particolare, che, spesso, s’allineava alle decisioni della maggioranza biancorossa, che da lustri, incontrastata – eccezion fatta per alcune, luminose eccezioni, subito rubricate come male assoluto della democrazia cittadina – ha governato Bitonto.

Ma, sinceramente, una cosa del genere non l’avevamo mai vista. Davvero.
Che senso ha paralizzare la macchina amministrativa con un ostruzionismo aventiniano fine a sé stesso? Cui prodest disertare l’aula per bloccare la nomina delle commissioni?

Sappiamo che è dura metabolizzare una sconfitta ed ogni lutto che si rispetti, sia pure solo elettorale, ha bisogno del suo tempo per essere elaborato. Però, così non va.
E, ve lo assicuriamo, lo avremmo scritto anche a parti invertite, non vi preoccupate.

La scorsa volta abbiamo parlato di “minuetto un’anticchia stucchevole”. Tuttavia, adesso, la danza è divenuta quanto meno incomprensibile. Non fa benissimo mirare alcuni consiglieri dell’opposizione salire la scalinata di Palazzo Gentile, sostarvi un po’ e andar via sorridenti e, quasi, gaudiosi. Probabilmente, gongolando per la sensazione di essere ancora in grado di tenere in scacco il consiglio.

Eppure, l’unica vera novità fin qui registrata con l’arrivo di Valla, cioè la presenza massiccia di gente ansiosa di cambiamenti sugli spalti della caldissima aula, andrebbe presa maggiormente in considerazione. Aver lavorato per dieci anni nel deserto di quei gradoni può effettivamente impedire di immaginare il mugugno, che si è levato, ieri, nel momento in cui, dopo appena cinque minuti dall’insediamento, la seduta è stata tolta.

Già, la gente, signori. O il popolo, come aveva suggerito l’ex sindaco, in insolita consonanza col Caimano, durante la campagna d’avvicinamento alle urne.
Esso, il popolo, vi guarda, già abbastanza esterrefatto. Nell’alternanza democratica – ma potremmo tranquillamente dire: nella vita –, si vince e si perde. Non c’è niente da fare. E un uomo, la sua grandezza, la può esprimere sia nella vittoria sia nel modo in cui accetta la sconfitta.

Le persone che sfilavano via dalla sala biancoverde erano discretamente amareggiate. Sicuro.
Sono loro i vostri elettori, cari politici. Pensateci, qualche volta…

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