Perché non creare (davvero) una Cittadella dello sport?

Mario Sicolo
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Accogliamo, sia pure a metà e con un po’ di ritardo, l’invito dei nostri lettori.

Quando parlammo dell’eventuale recupero del campetto di Via Togliatti (perchè va, deve essere recuperato. È una battaglia di civiltà), qualcuno quasi ci rimbrottava del fatto che parlassimo solo degli spazi che riguardano il pallone, senza pensare agli altri sport.

Dunque, adesso, l’assist ci viene offerto direttamente dal nostro primo cittadino.

In occasione delle due splendide giornate della festa nazionale, Valla ha parlato della Cittadella dello sport. Certo, un’idea non originalissima. Se notate, tutta quella zona a ridosso di via Palo rappresenta una concentrazione di impianti sportivi.
Però, c’è da dire che si sente l’esigenza di contenitori fruibili da tutti coloro che provassero – con consueta fatica e spirito di sacrificio in quantità industriale – a fare sport a Bitonto.

Vediamo, rapidamente, quel che c’è e quel che ci vorrebbe.
Innanzitutto, partiamo dallo sport più antico e nobile: l’atletica leggera. C’è la pista del Polisportivo “N. Rossiello”, ma l’oltraggio della sabbia trascinata dal vento e i tacchetti dei mincalciatori, che l’attraversano per entrare in campo, l’hanno decisamente danneggiata. Posti ariosi per jogging e corsa campestre, tranne la villa comunale – dal fondo irregolare e perciò rischioso, nonostante sia stato rinnovato una manciata d’anni fa – e qualche strada periferica, zero. Si spera in un sentiero della Lama Balice, di cui si parla tanto, per cui enti di ogni fatta elargiscono danari, ma quasi nulla si fa per davvero. La sete atavica di verde, purtroppo, da noi è un dato di fatto.

Volley e basket, capitolo dolori. Il parquet dell’Istituto “Maria Cristina di Savoia” è destinato più ai bulloncini dei calcettari – che, sia detto per inciso, hanno numerose altre strutture private, cui recarsi a mostrare le loro virtù – che a pallavolisti e cestisti. La proprietà provinciale è un ostacolo in più da affrontare e sormontare. Chiaro, le esigenze economiche sono quelle che sono, tuttavia una priorità si potrebbe dare a coloro che disputano campionati federali, per esempio. E, magari, con tariffe agevolate dal buon senso. Così, non restano loro che le palestre delle scuole. Le quali, ovviamente, fissano orari e disponibilità a seconda delle loro esigenze. Dunque, la crisi di risultati dei due sport summenzionati – eccezion fatta per l’impresa delle ragazze di Vito Sasanelli, che abbiamo raccontato ieri – sono anche la conseguenza di una impossibilità di potersi allenare come si deve. Fattore non secondario. Una tensostruttura sempre (sì: sempre) a loro disposizione sarebbe l’ideale.

Il karate ha oneri e onori nei templi soliti, cioè nelle palestre che storicamente lo coltivano. Non sarebbe male avesse pure riconoscimenti maggiori dall’amministrazione, dato che i risultati, se noti, davvero inorgogliscono per la levatura nazionale. E chissà quante altre discipline vivono la loro gloria nel chiuso delle palestre… 

I disabili già lottano con le barriere architettoniche e mentali, figurarsi se hanno spazi adeguati per loro. Ma questo è un capitolo delicato e difficile da sondare. Le associazioni e i singoli eroi (pensiamo all’indimenticabile cavalier Umberto Acquafredda) non bastano a scalfire una forma mentis, forse involontariamente, ghettizzante che impera nel Paese.

Il calcio ha lo stadio "Città degli Ulivi", che pure dovrebbe essere curato molto meglio: pulizia carente e spogliatoi anacronistici sono problemi da prendere in considerazione. Il Cinquecento, poi, spesso è chiuso e non si sa perché.

Rimane la piscina, ma quella, vivaddio, va avanti alla grande, anche (o soprattutto?) per merito del CONI.

Ora, questo è lo stato delle cose sportive. Non resta che rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare…

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Commenti

  • COSP (utente non verificato)

    Bisogna mettere a disposizione di tutti impianti sportivi adeguatamente sicuri e funzionali, senza perdere di vista l’utilità che essi possono offrire alla formazione delle generazioni future, e lasciar perdere la strumentalizzazione che gli slogan producono.