Antonio, 52 anni, apprendista
Il De Mauro Paravia ci mette subito dinanzi ad un bivio. Che bivio non è.
Se, compulsandolo, gli chiediamo cosa significhi la parola “apprendista”, lui ci propone due alternative, che, in realtà, tragicamente si completano: 1 chi lavora in un’azienda a stipendio ridotto allo scopo di imparare il mestiere e 2 chi sta imparando una professione, un’arte, ecc.; chi non è ancora esperto. Insomma, uno che è agli inizi di una carriera si spera fulgente. Oppure uno sfigato incredibile.
Eppure, a Bitonto, c’è uno che non avrebbe dubbi sulla risposta. È Antonio, che all’anagrafe risulta avere 52 anni (diconsi: cinquantadue) ed è ancora apprendista (!).
Già, il suo datore di lavoro (precario) chissà quante volte gli avrà rinnovato il contratto con questa qualifica tanto labile.
Certo, la tiritera è sempre la stessa. L’imprenditore ha gabelle più lievi da osservare e meno danari da versare se gli conferisce questo destino sospeso.
Antonio (nome da noi inventato, il resto è tutto vero), nel frattempo, prosegue, volente o nolente non importa, il suo cammino nella vita, ha una famiglia sulle spalle e si ritrova sempre in bilico su questa fune tesa sul baratro che si chiama apprendistato.
Il futuro gli mette paura. Però, il terrore di perdere il lavoro gli mummifica persino le corde vocali e gli impedisce di ribellarsi a questa sorte d’incertezza. Nonostante ormai l’età sia da pensione o giù di lì.
In passato, abbiamo sottovalutato – se destra o sinistra non ci interessa davvero – il problema occupazione a Bitonto, forse perché, di riffa o di raffa, prima o poi tutti riusciamo sistemarci, magari con qualche calcio provvidenziale nelle terga.
E, invece, sarebbe ora di volgervi uno sguardo serio.
Il tempo potrebbe non bastare per porvi rimedio…
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