Moni Ovadia rende omaggio a Brecht

Francesco Paolo Sicolo

Tutte le arti al servizio della libertà. La scena, un museo del Novecento

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È una ridda circense quella che accoglie lo spettatore bitontino le sere dell’otto e del nove marzo al teatro Traetta.

Una caotica successione di ballerini, musicisti, manichini, attori (l’uomo con la bombetta come paradigma della classe borghese), cantanti, cartelloni espositivi, installazioni video, documentari e immagini tratte da telegiornali di anni fa. Proprio come avrebbe voluto Bertolt Brecht per il suo rivoluzionario “teatro epico”, nessun angolo del palcoscenico resta vuoto.

Moni Ovadia e Roberto Andò hanno presentato “Le storie del signor Keuner”, una serie di appunti, riflessioni, citazioni che il drammaturgo berlinese raccolse dal 1929 fino a pochi mesi dalla morte.

La scenografia rappresenta l’interno di un cortile piuttosto dimesso e grigio, occupato da palchetti, sedie, tavolini, mobili, sormontato da binari su cui scorre una sedia, sovente occupata da una Marlene Dietrich (l’algida grinta di Lee Colbert) e da un losco figuro corpulento (l’agile nerboruto Maxim Shamkov). Una trama vera e propria non esiste, se non la riproduzione caotica di quello che fu la vita. È un museo del Novecento. La storia si fa morto viluppo di memorie. Il vecchio custode (un evocativo Ivo Bucciarelli) ascolta musica a una radio con per antenna una rosa.

“Un’esposizione post-morale” recita il sottotitolo dello spettacolo. Sulla scena, prendendo spunto da passi del testo di Brecht, letti da noti artisti, politici, comici, medici e giudici videoproiettati, s’affrontano temi scottanti e attuali come la libertà di pensiero, i sovvenzionamenti alla cultura, i misteri d’Italia, con un lungo omaggio al genio di Walter Benjamin, fine intellettuale che amareggiato dalla storia s’uccise. Il tutto legato da un insistente filo rosso.

La “Moni Ovadia stage orchestra”, vestita di vermiglio attillato, con zinne posticce e scarpe dal tacco vertiginoso, commenta le scene con simpatiche e nostalgiche armonie. Di forte impatto l’accostamento del “Cristo morto” di Mantegna con le indelebili immagini del cadavere di Aldo Moro, degli attentati a Falcone e Borsellino, e, prima ancora, con l’esposizione del corpo di Ernesto Che Guevara. Nota stonata quest’ultima, se si pensa che il Messia non uccise nessuno. Ma tant’è, la trama si svolge lungo quel refe che la storia ha ampiamente sconfessato.

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